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 Oggetto del messaggio: Storia della tattica by Marco Bode.
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1. LA NASCITA DEL CALCIO MODERNO

Il calcio ha origini antiche. Giochi con la palla erano in voga in Cina, in India, nell’Italia rinascimentale. In Giappone, si recano addirittura tracce di un gioco che si disputava su un terreno di due metri quadrati, ed è del 611 d.C. la notizia di un club calcistico per nobili. Molti aedi, poeti e scrittori nel corso dei secoli hanno decantato le virtù dell’arte pedatoria. Il calcio moderno così come lo intendiamo noi oggi, è tuttavia un’invenzione inglese della seconda metà del 1800 e non ha alcuna parentela con i giochi in uso in precedenza. Per Antonio Ghirelli, apprezzato giornalista e storico, non è un caso che il calcio, e più in generale qualsiasi disciplina sportiva, sia nato e si sia diffuso nel corso dell’Ottocento.

Nel suo libro “Storia del calcio in Italia” scrive: Il trionfo della sport alla fine del XIX secolo non è da considerarsi casuale. Il Settecento aveva esaltato i miti dei “lumi” e del “selvaggio”; la prima metà del secolo “stupido” era precipitata dallo smisurato orgoglio della gloire napoleonica ai languidi scoramenti degli eredi di Werther; ma la fine del secolo segnò l’affermazione di un’altra ideologia, di un altro movimento di opinioni, che oggi si mettono tutte con uno sprezzante distacco, sul conto del positivismo, mentre erano semplicemente il portato di uno slancio costruttivo di un capitalismo in fase di decollo. L’ottimismo, la fede illimitata nella scienza e nel progresso, una febbre di invenzioni di iniziative e di novità, l’ebbrezza di conoscere e dominare la natura: questi e altri freschi entusiasmi aprirono all’Europa immense prospettive. Non ci sembra azzardato far rientrare nel caotico movimento di progresso di fine Ottocento, in quel singolare connubio di goffe nostalgie classiche ed arditissimi avvenirismi, il repentino ritorno allo sport...

Non è un caso neppure che il calcio nasca in Inghilterra. A quell’epoca, il paese più ricco e sviluppato del vecchio continente, l’unico che poteva consentire ai propri cittadini di bruciare energie nel divertimento, nello sport, nelle frivolezze dell’esistenza. Nel 1855 viene fondato il primo club calcistico della storia, lo Sheffield Club. Cinque anni dopo si costruisce la prima porta (dimensioni: 7 metri di larghezza x 2,50 di altezza, e senza la traversa) e prende corpo la figura del portiere (che nel 1871 verrà autorizzato a prendere la palla con le mani). Il grande giorno che segna la nascita del football moderno è il 26 ottobre 1863. A Londra, nella Taverna dei Frammassoni, 13 rappresentanti di 11 società inglesi si riuniscono con l’obiettivo di trovare una via unitaria al calcio.

A rendere necessaria tale riunione è la netta contrapposizione tra due diverse correnti di pensiero: da una parte, i rappresentanti dell’Università di Rugby (Warwickshire), dove lo studente William Webb Ellis aveva segnato per primo una porta con le mani nel 1823, spingono per ammettere i contatti duri e il gioco con le mani. L’altra fazione vuole invece uno sport meno violento e dove sia consentito l’uso dei soli piedi. Le due parti non trovano un accordo, aprendo di fatto la via a due sport diversi: i primi danno vita alla Rugby Union e alla nascita del rugby; i secondi si consociano nella Football Association (FA), generando il calcio. La FA tre anni dopo fa disputare la prima partita ufficiale, e in pochi anni intorno al nuovo circo del calcio sorgono altre importanti innovazioni: le norme per regolamentare i calci d’angolo, l’arbitro munito di fischietto, il numero dei giocatori in campo e via dicendo. L’arte pallonara comincia ben presto a espandersi un po’ dovunque: gli inglesi sono naturalmente i primi a diffondere il nuovo verbo, ma altre “scuole di pensiero” come quella dell’Europa Centrale e dei latini d’Amercia trovano il modo di caratterizzarsi e assumere una dignità tale da contrapporsi con valido successo agli inventori britannici.

LA PIRAMIDE

Quando nel 1863 nasce il calcio moderno, con la creazione della Football Association, non sono ancora chiari i rudimentali strumenti del gioco, figurarsi se si può parlare dell’aspetto al contempo più affascinante e difficile, cioè il mondo delle tattiche. Agli inizi il calcio non è ancora riuscito a emanciparsi dal rugby: la regola del fuorigioco vieta il passaggio in avanti, si può passare la palla a un compagno solo se si trova più lontano dalla porta avversaria. L’unico modo per avvicinarsi al gol è il cosiddetto Kick and Yusc, calcia e corri, calciare la palla avanti e rincorrerla. Quando poi i giocatori si accorgono dell’arte del dribbling, come mezzo più congegnale per cercare di segnare, si parla di Dribbling game. Nel 1866 la Football Association prova a facilitare l’evoluzione del gioco cambiando la regola del fuorigioco: d’ora in poi si trova in off-side chi ha tra sè e la porta avversaria meno di tre giocatori. Viene consentito il passaggio in avanti e dalla nozione di Dribbling game si passa così al più funzionale Passing game.

La prima partita a carattere ufficiale viene giocata il 30 ottobre 1872 al West Ground di Glasgow, tra Scozia e Inghilterra. La disposizione sul rettangolo di gioco è molto approssimativa: entrambe le contendenti sono schierate secondo una sorta di 1-1-8: il portiere, e poi in fila davanti a lui, un goalcover, antesignano del libero, un terzino e otto “punte” come le chiameremmo barbaramente oggi. Non c’è da stupirsi sul fatto che i giocatori siano praticamente tutti attaccanti e se ne infischino altamente di una pur minima tattica difensiva: il calcio nasce proiettato all’offesa, esattamente come un pargolo di pochi anni che vede un pallone per la prima volta. Non a caso il ruolo dell’attaccante, del goleador è quello preferito dalla stragrande maggioranza dei bambini che si avvicinano all’arte pedatoria. Sarà soltanto con i primi studi tattici che verranno capite l’importanza della difesa e dell’organizzazione. Senza le quali, il calcio altro non è che mero spettacolo da circo. E non a caso Scozia-Inghilterra di quell’ottobre 1872 si chiude con un noiosissimo 0-0, nonostante la presenza di ben 14 guastatori. Un miglior tentativo di disporre gli uomini in campo prende corpo a Cambridge con il cosiddetto “modulo a Piramide”, così chiamato perché è questa la figura che, vista dall’alto, i giocatori disegnano sul terreno di gioco. Davanti al portiere, due giocatori in linea, poi tre a centrocampo e cinque in avanti.

La Piramide fornisce, fino all’avvento dei moduli moderni, il modo per disporre i giocatori nei tabellini delle partite, con il punto e virgola a significare il passaggio da un reparto all’altro: portiere (numero 1); terzino destro (n. 2), terzino sinistro (n. 3); mediano destro (n. 4), centromediano (n. 5), mediano sinistro (n. 6); ala destra (n. 7), mezzala destra (n. 8), centravanti (n. 9), mezzala sinistra (n. 10), ala sinistra (n. 11). Dalla Piramide poi trae origine la divisione delle “linee”: ancora oggi con prima linea si intende l’attacco, con seconda il centrocampo e con terza la difesa. La Piramide non è però che uno schema di semplice passaggio per arrivare al Metodo, che si espande subito a macchia d’olio e diventa il modulo dominante in tutto il Mondo, dai primi anni del ‘900 fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.


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2. IL METODO

Il Metodo è il primo serio tentativo di dare un’impronta tattica al calcio: l’idea alla base è quella di dividere i giocatori di movimento in due settori, cinque adibiti alla difesa e cinque all’attacco. Si è finalmente arrivati a comprendere che per vincere non basta attaccare, ma è necessaria in primis una forte organizzazione difensiva. Si parla di Metodo o di doppia W, in quanto i giocatori disegnano sul rettangolo di gioco due W sovrapposte: davanti al portiere, i due terzini stanno a guardia dell’area di rigore, liberi da compiti di marcatura; davanti a loro, ai lati, i due mediani laterali hanno il compito di marcare le ali avversarie; in mezzo il centromediano metodista, figura storica del calcio, si incolla al centravanti della squadra rivale ed è al contempo il primo regista della manovra. In fase offensiva, due mezzali giostrano arretrate rispetto agli altri tre elementi, le due ali, larghe, e il centravanti, in mezzo.

L’evoluzione del gioco porta negli anni ad una ulteriore spinta in chiave difensiva del Metodo. Motore del cambiamento è ancora la regola del fuorigioco. Dato che l’attaccante non può ricevere il passaggio di un compagno se tra sè e il portiere avversario si trova ad avere meno di tre giocatori, basta che uno dei due terzini scatti in avanti prima del passaggio verso il centrattacco perché questi si trovi in off-side. Cambia di conseguenza la disposizione dei due difensori: molto più logico disporli uno dietro all’altro. Il primo, davanti, al portiere, diventa il “terzino di posizione”, con il compito di presidiare l’area; il secondo, davanti a lui, è detto “terzino volante”, in quanto elemento solitamente rapido e capace di chiudere i varchi là dove si aprono.

Verso il 1920, qualche allenatore inglese particolarmente avveduto ha una geniale intuizione: si accorge che, ordinando al “terzino volante” di avanzare a ridosso dei tre mediani, mette in crisi la prima linea avversaria, la quale si vede costretta ad arretrare per evitare la trappola del fuorigioco. Il centravanti così si ritrova schiacciato dall’avanzata del “terzino volante” sulla linea dei mediani: per la regola del fuorigioco, non può né passare la palla in avanti né scattare oltre il “terzino volante” per ricevere il passaggio di un compagno, in quanto si troverebbe ad avere il solo “terzino di posizione” tra sè e il portiere, dunque due soli uomini, dunque in off-side. L’unico modo che gli resta per arrivare alla porta avversaria è cercare di dribblare entrambi i terzini. Segnare è molto più difficile, le difese diventano insuperabili, gli attacchi sterili. La mancanza di gol porta ad una diminuzione dello spettacolo; e senza spettacolo, la gente si annoia e gli stadi si spopolano.

Ci si appella così all’International Board (organismo nato nel 1886 con lo scopo di stilare le regole del calcio), che il 12 giugno 1925 recupera una vecchia proposta irlandese caduta in disuso, e cambia la regola dell’off-side: d’ora in poi si trova in fuorigioco chi ha tra sè e la porta avversaria non più tre uomini ma soltanto due (portiere compreso). Il “terzino volante” si vede così costretto a tornare a fianco del “terzino di posizione” e anche i mediani arretrano. Il calcio offensivo viene nuovamente premiato, la gente torna a popolare gli stadi, le reti si riempiono. Nel campionato inglese, si verifica un incremento del 42% dei gol segnati.

LE SQUADRE

L'Uruguay degli invincibili

Come nella storia era esistito l'Impero Romano, forgiato su una città inespugnata per 800 anni e su un esercito imbattibile, così nel calcio a cavallo tra gli Anni '20 e gli Anni '30 si verifica il primo esempio di squadra invulnerabile, come poi sarebbero stati il Grande Torino in Italia, la Grande Ungheria, il Real Madrid delle 5 coppe Campioni consecutive, il Brasile di Pelé e Garrincha, l'Olanda di Cruyff... Talmente inavvicinabile per chiunque altro che l'appellattivo "Los Invincibles" diviene il soprannome, non solo la conseguenza dei risultati.

Questo è l'Uruguay: due Olimpiadi di fila, quando ancora è competizione aperta a tutti, professionisti e dilettanti; un Mondiale; sei coppe America. Un dominio assoluto, più forte di ogni sbalzo ambientale e climatico, dall'Europa all'America, in un'epoca in cui cambiare continente vuole dire davvero cambiare continente: diverse le abitudini, il modo di giocare, i manti erbosi, le temperature. I viaggi poi: in nave e in treno, giorni e settimane vissuti in condizioni ai limiti della decenza, dato che i calciatori sono tutt'altro che dei privilegiati, lontani parenti dagli strapagati e viziati protagonisti del circo attuale. Un escalation di trionfi senza precedenti. Resa possibile non da concezioni tattiche innovative (gli uruguagi praticavano il Metodo classico, in voga in tutto il Mondo) quanto dalla superiore qualità degli interpreti, a consolidare già allora una certezza: e cioè che la differenza è fatta dai giocatori, non dai sistemi di gioco utilizzati.

La fama dell’Uruguay si diffonde presto in tutto il pianeta: alle Olimpiadi europee gli stadi si riempiono solo in occasione delle partite della Celeste, i cuoi virtuosi artisti vengono ribattezzati “Meraviglie del Sud America”. Difficile ipotizzare una formazione base, vista la grande possibilità di ruotare tanti campioni, anche se ci sono dei punti cardine attorno ai quali far convergere quel decennio irripetibile di vittorie: il terzino Nasazzi, il mediano Andrade, gli interni Scarone e Cea, gli attaccanti Castro e Petrone.

Nella formazione che più si ricorda, quella che arpiona il primo titolo mondiale ai danni dell'Argentina, il tecnico Alberto Supplici opta per Ballestrero tra i pali; il terzino davanti a lui è il capitano Josè Nasazzi, uno dei più grandi difensori di ogni tempo, dotato di una personalità dominante e qualità fisiche e atletiche straordinarie che gli permettono di comandare l'intera squadra con il piglio del leader. Per rendere l'idea di cosa rappresenti alla sua morte viene scomodata persino una frase pronunciata da Napoleone nei confronti di Alessandro Magno: E' stato il più grande capitano della storia. Al fianco di Nasazzi, l'altro terzino Mascheroni.

Sulla linea dei mediani a destra opera il leggendario Andrade, unico giocatore di colore della squadra. Un terzino fluidificante ante-litteram, capace non solo di chiudere con efficacia sull'ala di riferimento ma anche di avventurarsi lungo le praterie del fronte offensivo, sfruttando doti di velocità e proprietà di palleggio uniche. E’ definito dalla stampa francese in occasione della vittoriosa Olimpiade parigina "La Meraviglia Negra", dopo un suo gol meraviglioso in cui mette a sedere sei avversari, mentre il mediano azzurro Pitto, vedendolo all'opera ne rimane incantato: Potrebbe attraversare il centro di Milano nell'ora di punta palleggiando senza mai far toccare terra al pallone. Al centro, Fernandez e a sinistra Gestido, elementi di grande scorza atletica.

La terza stella, la più luminosa dell'invincibile Celeste, è la mezzala destra Hectòr Scarone, con tutta probabilità il più grande calciatore tra le due guerre nonché il più vincente dell'intera storia del calcio uruguayano. Talento precocissimo, soprannominato "El Mago", infallibile sui calci di punizione e sui rigori, con un bagaglio tecnico sconfinato. Leader carismatico al pari di Nasazzi, punto di forza della prima linea, regista, rifinitore e uomo-gol, ambasciatore di un calcio fatto di classe e concretezza ai limiti del sublime e di alcuni colpi rivoluzionari per i tempi, come il velo per disorientare gli avversari o lo scatto in profondità senza palla. Arriva in Italia già sul viale del tramonto, a 33 anni, una stagione all'Inter e due al Palermo, ma tanto basta per incantare pubblico e critica. Il giovane Meazza, compagno all'Inter, rimane stregato quando durante una partita di campionato, Scarone parte in slalom al limite della sua area, supera in dribbling tutti gli avversari e realizza il punto della vittoria. Molti anni dopo il Pepp lo avrebbe così ricordato: E' stato il più grande giocatore da me veduto. Arrivò all'Inter a 33 anni ed era ancora il migliore. Non oso neppure immaginare cosa doveva essere dieci anni prima. Il leggendario portiere spagnolo Zamora definisce invece Scarone il simbolo universale del gioco del calcio. Al fianco del Mago, la mezzala sinistra Cea, altro elemento di grandi proprietà tecniche, dal rendimento sempre costante.

In attacco, le ali Dorado e Iriarte a supporto dell'artigliero Petrone, reapidissimo e dotato di un tiro di impatto devastante, che trovò gloria e fama in Italia con la Fiorentina. In alternativa a lui, il centravanti Castro che gioca la finale, meno tecnico di Petrone ma più valido sul piano atletico e della generosità. Un'accolita di straordinari campioni, su tutti Nasazzi, Andrade e Scarone, che quasi non conoscono la sconfitta e devono cedere lo scettro solo di fronte all’incedere inesorabile del tempo...

L’Austria Wunderteam

Una squadra da sogno che finisce i suoi giorni in incubo. Questa, sintetizzata in una sola frase, è l’Austria Wunderteam. Una formazione meravigliosa e altamente spettacolare, ideale prolungamento di quello che nel Mondo era stato l’Impero austro-ungarico: armonia, grazia, eleganza. L’Austria Wunderteam unisce al suo interno le componenti di razza e stile proprie delle tre culture che avevano reso così sublime il regno asburgico: la cultura tedesca, quella slava e quella ebraica. Un mix che genera un calcio nuovo, gettando le basi dei moderni sviluppi di un gioco di iniziativa, privo di ruoli fissi, infarcito di scambi palla a terra e grande eleganza di tocco e di movimenti.

Il creatore e allenatore di quella squadra è l’ebreo Hugo Meisl, ex calciatore, arbitro e dirigente. Difficile ricostruire un undici base, schierato naturalmente secondo l’imperante Metodo: in porta si alternano Hiden, uno dei massimi interpreti del ruolo tra le due guerre, e Platzer, i terzini sono Blum e Schramseis poi Cisar e il rude Seszta; Braun, Nausch, Wagner e Smistik i mediani, comandati al centro daHoffmann, motore e cervello dell’intera manovra. La prima linea si avvale di giocatori di straordinaria levatura, quasi tutti in linea tra loro, e non disposti secondo la W classica: le ali Zischek, dalle finte inafferrabili, Vogel, Viertl, gli interni Muller, Schall, Gschweidl e Kaburek. Centravanti Matthias Sindelar, il più grande. I viennesi, di cui è l’idolo, lo chiamano “Der Papierene”, in italiano liberamente tradotto in Cartavelina, perché gli avversari dicono che quando si muove lo fa contemporaneamente in più direzioni, come un foglio di carta in balìa del vento. È l’emblema del calcio danubiano: elegante e armonioso, dribbling secco, tiro potente e preciso, innato fiuto del gol.

Il 16 maggio 1931 un terrificante 5-0 sulla Scozia (all’epoca ritenuta una delle migliori compagini del continente) segna il via dello strapotere austriaco. La nazionale di Meisl si guadagna ben presto l’appellativo di “Wunderteam”, squadra delle meraviglie, attraverso anni di imbattibilità e prestazioni favolose su tutti i campi d’Europa. Cade soltanto a Stamford Bridge, beffata 4-3 dai maestri inglesi, dopo che era stata avanti fino a pochi minuti dal termine. Logico che al Mondiale ’34 una simile, portentosa, macchina di reti e spettacolo si presenti con i galloni di grande favorita. Ma quello è il Mondiale organizzato dal Duce in persona, lo strumento che serve a Mussolini per farsi bello agli occhi del Mondo e mettere in mostra le virtù della patria italica. Gli azzurri, dopo aver già beneficiato di generosi aiuti arbitrali nei quarti contro la Spagna, fermano in semifinale la corsa dell’Austria: 1-0, rete, ai più parsa irregolare, dell’oriundo Guaita con Sindelar picchiato duramente da Monti sotto gli occhi compiacenti del direttore di gara.

Dopo la beffa del Mondiale italiano, l’Austria continua a furoreggiare per un altro paio di stagioni, prima che la politica prenda il sopravvento e i sinistri venti di una guerra senza precedenti si abbattino come una scure sul collo della debole Europa. La Germania, il cuore della cultura, la patria della filosofia e del pensiero moderno, sta andando incontro alla più folle e insensata delle esperienze: il suo spietato dittatore, Hitler è di nascita austriaca e nel 1937 decide di annettere l’Austria. L’ “Anschluss” segna la fine del meraviglioso Wunderteam, formazione composta da molti elementi di religione ebraica. Come l’allenatore Meisl, che si uccide ingerendo del cianuro. E come lo stesso Sindelar, suicida insieme alla moglie il 22 gennaio 1939, per evitare una persecuzione che non avrebbe risparmiato nemmeno lui, l’uomo che danzava sul pallone come orchestrando una travolgente sinfonia.

L’Italia bimondiale

Per tutti gli Anni ’10 il calcio italiano rimane in una posizione di chiara inferiorità rispetto alle potenze continentali del calcio danubiano, ai grandi dell’America Latina e ai maestri britannici (inglesi e scozzesi). Sul fare degli Anni ’20 si verifica la svolta: sulla ribalta del calcio italiano sale Adolfo Baloncieri, fresco di passaggio dall’Alessandria al quotato Torino. Mezzala capace di fare tutto, regista come pochissimi se ne sarebbero visti nel nostro Paese, tecnicamente raffinato, uomo-gol di debordante impatto.

Alberto Fasano lo descrive così: L’intelligenza: ecco la virtù più eletta di Baloncieri, quell’intelligenza che trasporta il gioco dal punto dei vividi riflessi muscolari al piano della logica artistica nella quale l’intuito e la riflessione, l’immaginazione e la furbizia, il calcolo e il colpo d’ala, la prudenza e l’audacia, lo slancio e la freddezza si compongono in mirabile sintesi, blocco raggiante di valore. Con Baloncieri in cabina di regia, e punteri come Levratto al centro della prima linea, l’Italia compie un deciso balzo in avanti, tanto da arpionare la medaglia di bronzo alle Olimpiadi parigine del 1928, dopo aver ceduto 3-2 in un’epica semifinale ai maestri uruguayani.

Ma il momento del sorpasso rispetto alle migliori Nazionali dell’epoca avviene con l’approssimarsi degli Anni ’30. Due gli eventi che segnano la svolta, entrambi datati 1929: in autunno, la federazione rompe gli indugi e crea un campionato nazionale a girone unico, facilitando di gran lunga il compito ai selezionatori azzurri e favorendo la crescita tecnica con una competitività molto più elevata; il 1° dicembre, poi, dopo una sconfitta contro la Germania, il presidente federale Leandro Arpinati affida la guida della Nazionale al torinese Vittorio Pozzo, già da tempo inserito nei quadri federali e con alle spalle una fugace apparizione in veste di selezionatore della squadra olimpica.

Il nuovo tecnico, che ha appreso l’arte pedatoria grazie a lunghi anni di apprendistato in Inghilterra e Svizzera, non è un rivoluzionario né un Re Mida. Ha però un merito e una fortuna: capisce che per salire ulteriormente nella scala dei valori il calcio italiano deve dotarsi di una struttura complessiva all’avanguardia, seguendo il modello dei più sviluppati Paesi continentali. Porta così una disciplina, un rigore e una preparazione atletica sconosciute alle nostre latitudini, oltre a concezioni tattiche molto orientate al pragmatismo e che vengono esaltate dalla disposizione metodista (WW). La sua fortuna poi è quella di poter sfruttare una fioritura di talenti che non ha né precedenti né probabilmente eguali nell’intera storia italiana.

La giornata che consacra il nostro calcio agli occhi di tutto il Mondo è l’11 maggio 1930. A Budapest si gioca Ungheria-Italia, gara valevole per la Coppa Internazionale, una competizione a cui partecipano le tre danubiane, la Svizzera, e dal 1927 anche l’Italia. Verso le tre potenze del calcio mitteleuropeo, Ungheria, Austria, Cecoslovacchia, gli azzurri nutrono un senso di inferiority complex, giustificato da anni di palese inferiorità. L’unica vittoria colta dall’Italia al cospetto degli ungheresi (4-3 a Roma nel 1928) era stata salutata quasi come un miracolo.

Alla vigilia i giornali di Budapest celebrano la vittoria come cosa certa: nessuno immagina che quel giorno segni il definitivo passaggio di consegne della supremazia europea. Pozzo schiera: Combi; Monzeglio, Caligaris; Colombari, Ferraris IV, Pitto; Costantino, Baloncieri, Meazza, Magnozzi, Orsi. Nei primi minuti il ritmo magiaro è insostenibile, un continuo ed incessante assedio alla porta di Combi; ma quando la spinta di Hirzer e compagni si placa, entra in scena il fatale contropiede architettato da Pozzo che trova nel ventenne Giuseppe Meazza l’ideale braccio armato. Il giovane attaccante dell’Ambrosiana è una scheggia, imprendibile per i lenti difensori ungheresi: segna tre reti beffando il portiere Aknai con il suo leggendario colpo “ad invito”. Magnozzi siglia il 4-0 e Costantino chiude, suggellando una grande azione di Baloncieri: 5-0. Il Mondo è capovolto. Gianni Brera riporta una felice espressione di un collega di Montevideo: Come l’Uruguay nel 1924, così l’Italia entra in geografia direttamente da Budapest alta Ungheria.

Il trionfo in terra magiara e la successiva vittoria nella Coppa Internazionale aprono un decennio di gloria finora insuperato per il nostro Paese. Al Mondiale ’34, organizzato da Mussolini in persona, l’Italia sbanca. Gli aiuti arbitrali, secondo i maligni figli delle pressioni che arrivano dall’alto, scortano gli azzurri nei quarti contro la Spagna e in semifinale contro l’Austria, fino all’atto conclusivo. La Cecoslovacchia si dimostra avversario tosto, va in vantaggio con Puc al 71’, sfiora il raddoppio colpendo un palo, ma poi crolla. A dieci minuti dal termine Orsi trova il varco per pareggiare, quindi nei supplementari tocca all’ariete Schiavio siglare il punto del trionfo.

L’Italia del Mondiale ’34 è disposta secondo il Metodo, ma i terzini sono schierati uno dietro all’altro. Davanti allo juventino Combi, Monzeglio è il terzino di posizione mentre Allemandi davanti a lui opera da terzino volante. Nel cuore della manovra, al centro ecco il leggendario Luis Monti, fatto arrivare apposta da Pozzo dall’Argentina e in seguito naturalizzato italiano. Già vice-campione del Mondo nel ’28, Monti è ritenuto il più grande centromediano nella storia del Metodo, e con cognizione di causa: i suoi interventi difensivi durissimi, quasi ai limiti della legalità, si accompagnano a meravigliose aperture di campo a lunghissima gittata e precise al millimetro, che servono per azionare il turbine di un fantastico contropiede, efficacissima arma di matrice italica. Ai lati di Monti, i mediani Ferraris IV e Bertolini.

L’attacco disegna una W con contorni più netti e visibili di quanto non accada nei paesi danubiani: le mezzali sono Meazza, il genio, trasformato da centravanti a interno per sfruttare non solo una tremenda velocità ma anche i raffinati colpi di classe, la fantasia, la predisposizione naturale al comando. Al suo fianco il tessitore Ferrari, instancabile motorino capace di percorrere km su km senza perdere la lucidità in fase di tiro. Sulle ali, gli oriundi Guaita e il divino Orsi, già stella alle Olimpiadi di Amsterdam con la nazionale argentina. Centravanti, il poderoso Schiavio.

Nel 1936 la nazionale universitaria, sempre guidata da Pozzo, vince l’Olimpiade di Berlino, aperta solo ai dilettanti. E due anni più tardi, nel 1938, gli azzurri centrano il secondo titolo mondiale consecutivo. Questa volta senza macchia, dato che la vittoria arriva in Francia con Meazza e compagni che devono superare un clima di feroce ostilità. Battuta con fatica la Norvegia, l’Italia domina i quarti contro i padroni di casa (3-1), la semifinale con il Brasile (2-1) e la finale con l’Ungheria (4-2). Gli unici reduci della formazione campione del Mondo nel ’34 sono gli interni Ferrari e Meazza, e il terzino Monzeglio, che però è in panchina. In porta, il “gatto magico” Olivieri; terzino di posizione è Foni, il volante Rava. A centrocampo, un altro oriundo, l’uruguayano Andreolo, funge da centromediano, con Serantoni e Locatelli sugli esterni. L’attacco si compone dei soliti due noti, Ferrari&Meazza, veri factotum della manovra; delle ali Biavati (l’inventore del “doppio passo” poi recuperato in era moderna da Ronaldo e Mancini) e Colaussi, dal tiro terrificante; e del centravanti Piola, recordman di reti nel campionato italiano, finalizzatore senza eguali ma anche raffinato stilista e costruttore.

Talmente dominante il successo azzurro in quel Mondiale che al termine della finale tutti, fascisti e antifascisti senza distinzioni, si alzano in piedi ad applaudire. Nel consegnare la coppa al capitano Meazza, il presidente francese Lebrun esclama: Ils gagnent tout, ces italiens! L’ultimo squillo di tromba, prima dei sei anni più bui nella storia del Novecento.

La Juventus del quinquennio d’oro

Il periodo aureo del nostro calcio riguarda anche il campionato, dove si afferma la prima vera squadra di sicuro valore internazionale: la Juventus del quinquennio d’oro, capace di vincere cinque scudetti di fila, dal 1931 al 1935 e fregiarsi così della nomea di più amata dagli italiani, in quanto esaltata dal regime fascista come simbolo di un Paese che rinasce vincente dopo gli anni bui della Grande Guerra. Ad avviarne le fortune è Edoardo Agnelli che sale al soglio presidenziale nel 1923 e investe sin da subito ingenti somme di denaro. Lo scudetto del 1926 è il preludio ad anni di trionfi.

Il mosaico si completa definitivamente all’inizio degli Anni 30, quando alla classe degli italiani, si aggiungono gli argentini Cesarini, Monti e Orsi consegnando così nelle mani dell’allenatore Carlo Carcano una macchina quasi perfetta. La Juventus 31-35 è straordinaria sin dal celeberrimo terzetto difensivo: Giampiero Combi tra i pali, lo stilista Virginio Rosetta terzino di posizione e il dinamico Umberto Caligaris terzino volante. A dominare davanti a loro, Luis Monti, stopper e regista dell’intera manovra. Ai suoi lati due instancabili mediani, Varglien I e Bertolini.

Sulla trequarti, l’argentino Cesarini, autentico funambolo e rimasto famoso per le molte reti segnate nei finali di partita (da qui la “zona Cesarini”) ; al suo fianco, l’instancabile Giovanni Ferrari (che con Furino vanta il record di scudetti vinti, otto), il più continuo e completo centrocampista del decennio, e tra i migliori giocatori di sempre del football italiano. In prima linea, le piroette di Munerati o Sernagiotto all’ala destra aprono varchi per la sontuosa eleganza di Borel II in mezzo, e per il genio assoluto di Raimundo Orsi, convinto a trasferirsi alla Signora nel 1931 da un ingaggio favoloso: 100.000 lire di ingaggio (8000 al mese, premi esclusi), più villa in collina e la mitica Fiat 509. Una squadra straordinaria che non lascia spazio alla concorrenza, e che innerva la nazionale campione del Mondo nel 1934 per ben cinque undicesimi (Combi, Bertolini, Monti, Ferrari e Orsi).


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3. IL SISTEMA

Il problema però non è risolto, semmai si è rovesciato: a preoccupare non è più il fatto che non si segni, quanto che le difese si siano trasformate da bunker in autentici colabrodo. Il 6 ottobre 1925, Herbert Chapman, tecnico dell’Arsenal, dopo un umiliante 0-7 subito dal Newcastle, decide di accogliere il suggerimento del capitano Buchan e muta la disposizione difensiva dei suoi uomini: allarga i due terzini, che hanno il compito di marcare le ali avversarie (cosa che prima spettava ai mediani laterali), arretra sulla loro linea il centromediano, che resta il custode dell’attaccante ma non ha più il compito di costruire il gioco; i due mediani laterali, infine, vengono accentrati, e devono occuparsi dei due interni avversari, che prima non erano marcati. Usando la dizione odierna, si direbbe che la difesa passa da un “2-3” a un “3-2”. Se si potesse guardare la disposizione sul campo da un aereo, si vedrebbe che i giocatori formano ora, davanti al portiere, uno schema che ricorda una M, e non più una W. Rimanendo invariato rispetto al Metodo l’attacco (con le due mezzali, le ali e il centravanti) si passerà a chiamare il nuovo modulo WM o Chapman System. In Italia, il Chapman System (reso in italiano con “Sistema”) getta i primi semi nella stagione 1927-1928, con Arpaid Weisz, tecnico ungherese dell’Inter, anche se è solo dal 1939-1940 che viene applicato in modo sistematico dal Genoa dell’inglese William Garbutt. È però grazie al Grande Torino che il nuovo modulo si fa definitivamente strada, entrando in concorrenza con il Metodo anche nel nostro Paese.

Alcune considerazioni a margine:

1. In generale, il Metodo funziona con squadre più tecniche che dinamiche, in grado di giocare la palla a terra e di azionare rapidi contropiedi; e con elementi fisicamente non prestanti ma dotati di estro e velocità nei ruoli chiave, a centrocampo, in attacco e lungo le ali. Un modulo che calza a pennello per le caratteristiche dei giocatori di scuola latina, in Europa e in America, e danubiana. Anche se con varianti non da poco, tra nazione e nazione, a causa delle diverse mentalità e delle diverse tradizioni culturali e storiche dei vari popoli. Il Sistema invece è più adatto a un calcio dirompente e atletico e si sposa meglio con le peculiarità dei calciatori del Nord Europa, inglesi, tedeschi, scandinavi.

2. A livello teorico, il Sistema sembra un modulo maggiormente improntato alla copertura difensiva, in quanto nasce per ovviare alla nuova regola del fuorigioco che mette in forte crisi la retroguardia: rispetto al Metodo, Chapman potenzia la terza linea con un uomo in più (il centromediano portato sulla linea dei terzini) togliendo allo stesso il ruolo di primo costruttore della manovra; arretra il raggio d’azione delle due mezzali, cui assegna compiti di marcatura sui mediani avversari; cerca di proteggere meglio il centrocampo, che si trova costruito intorno ad un quadrilatero, formato dai due mediani, e dalle due mezzali davanti a loro.

La sua idea è quella di uno schieramento con ben otto giocatori adibiti a compiti di marcatura e solo tre liberi (le due ali e il centravanti). All’atto pratico, però, il Sistema si rivela un modulo molto meno difensivo del Metodo. Nel Metodo, infatti, il centravanti e le due ali erano marcati dalla seconda linea (i due mediani laterali e il centromediano), dunque si trovavano più lontani dalla porta avversaria; alle loro spalle, i due terzini d’area, che come abbiamo visto erano liberi da marcature ad personam, potevano intervenire in seconda battuta.

3. Nel Sistema l’attacco e la difesa sono disposte in modo speculare: la partita viene quindi trasformata in una serie di duelli individuali e si passa ad una marcatura a uomo, abbandonando la zona del Metodo. Basta così riuscire a superare il proprio marcatore diretto per creare la superiorità numerica e mettere sotto scacco la retroguardia avversaria. Chi usa il Sistema impiegando giocatori di caratura modesta va incontro al fallimento, in quanto perennemente sconfitto nei duelli individuali. Solamente le squadre che annoverano elementi di altissimo livello tecnico e capaci di non farsi “saltare” con regolarità nell’uno contro uno, come l’Arsenal di Chapman, o, dopo la Seconda Guerra Mondiale, il Grande Torino e la Honved/Grande Ungheria, riescono ad esaltare appieno le caratteristiche del modulo.

Anche in queste grandi squadre, tuttavia, le difese risentono delle pecche del Sistema e non si dimostrano sempre invulnerabili: il Grande Torino che segna oltre 100 reti a campionato, subisce in media una trentina di gol; la Grande Ungheria, prolungamento della squadra di club della Honved, al Mondiale 54 inopinatamente perso in finale contro la Germania Ovest dopo quattro anni e mezzo di imbattibilità, mette sì a segno qualcosa come 27 reti in 5 partite (!), ma ne incassa anche 10. E stiamo parlando di due delle compagini più forti dell’intera storia pallonara, in quanto a organizzazione e complesso armonico di squadra: non sussiste percui il minimo dubbio sul fatto che il Sistema lasci parecchio a desiderare in chiave difensiva.

4. Il Sistema, dal punto di vista delle innovazioni tattiche, è forse il modulo di gioco che più ha cambiato il calcio. Ha diffuso il concetto che il reparto più importante della squadra e del gioco sia il centrocampo (idea che sussiste ancora oggi) e che sia in questo settore che principalmente vengano decise le partite. In più, con il Sistema nasce la figura della mezzala universale, capace di surrogare i compiti del medio-centro, oltre a quelli della mezzala metodista, e se è il caso anche del centrattacco. La terza figura di grande rilievo che prende spunto dal Sistema è quello del terzino fluidificante: allargato lungo l’out, un giocatore dotato di particolari attitudini offensive e di qualità atletiche e tecniche fuori dall’ordinario ha la possibilità di sganciarsi sulla fascia di competenza e spingersi in avanti fino al cross. Quarta figura che prende origine dal Sistema è lo stopper centrale, elemento che deve preoccuparsi di controllare il centravanti di turno senza altre mansioni specifiche.

LE SQUADRE 1

L’Arsenal di Chapman

Herbert Chapman arriva all’Arsenal nel 1925 dopo aver conquistato due titoli inglesi consecutivi alla guida dell’Huddersfield Town. I “Gunners” invece sono reduci da alcune stagioni disgraziate, coincise con salvezze strappate nelle ultime battute con le unghie e con i denti. La società intende rialzare la testa e ingaggia a peso d’oro il manager, ritenuto il migliore d’Inghilterra. La squadra viene poco ritoccata e l’inizio è decisamente negativo. Il 6 ottobre 1925 l’Arsenal tocca il fondo, seppellito 7-0 a Newcastle. La nuova regola del fuorigioco ha sconvolto i meccanismi difensivi, gli attacchi vanno a nozze e i gol fioccano.

Chapman, di concerto con i suoi vice Hulme e Whitakker, decide che il tempo delle umiliazioni è finito. Prende da parte la mezzala, capitano e leader della squadra Charlie Buchan e gli spiega che ha intenzione di cambiare radicalmente la disposizione della difesa per evitare ancora ignobili rovesci. Il centromediano Jack Butler d’ora in poi non deve più fungere da stopper e regista ma viene arretrato davanti al portiere preservando solo la funzione di marcatore. I terzini, fino a quel momento liberi da compiti di marcatura diretta, vengono allargati lungo le fasce con il compito di tenere d’occhio le ali. I due mediani laterali invece si accentrano per controllare non più le ali ma le mezzali. La difesa passa in pratica da un 2-3 a un 3-2. Inoltre, in attacco, Chapman arretra il raggio d’azione delle due mezzali che passano a collaborare alla costruzione dell’intera manovra e non più solamente della fase offensiva, ereditando di fatto le mansioni di regia che nel Metodo erano prerogativa del centromediano. Nasce così il centrocampo, plasmato intorno a un quadrilatero che costituisce la vera forza motrice del nuovo modulo, subito ribattezzato “Chapman System”.

L’Arsenal così ridisegnato e meglio bilanciato vince la partita successiva 4-0 con doppietta di Buchan e in breve torna a disputare campionati nelle zone di vertice. Ma per trasformare quel mosaico in una squadra capace di sbaragliare la concorrenza, è necessario inserire le giuste tessere. Le grandi risorse economiche del club consentono a Chapman di acquistare i migliori giocatori dell’isola. In pochi anni l’Arsenal si trova ad avere così una formazione praticamente imbattibile, forgiata su campioni quali Eddie Hapgood, Cliff Bastin, David Jack e Alex James (questi ultimi convinti da contratti principeschi, rispettivamente di 10 e 11 mila sterline).

Al massimo del suo apogeo, i Gunners presentano, davanti al portiere Preedy, quella che è la difesa della nazionale inglese: il centromediano Wilson e i terzini Male e Hapgood. Quest’ultimo in particolare, è un elemento di grandissime qualità atletiche e tecniche, non si limita a coprire sull’ala ma spinge lunga l’intera fascia di appartenza, trasformandosi in un’arma efficacissima sul fronte d’attacco. Esempio di correttezza e lealtà, diventa capitano della squadra e dell’Inghilterra nel giro di poche stagioni; ritenuto il primo terzino fluidificante della storia, è uno dei massimi interpreti di sempre. I due mediani, Crayston e John, proteggono le spalle a una stupenda coppia di interni.

A destra, il motorino David Jack, infaticabile nei ripiegamenti e continuo nella sua azione di raccordo. E a sinistra, il fenomeno, lo scozzese Alex James, forse il più grande giocatore britannico di ogni epoca, se fosse possibile una graduatoria all-time. I cronisti dell’epoca scrivono che James è in grado di vedere il gioco con due mosse di anticipo su tutti gli altri. Il fuoriclasse scozzese costituisce la prima mezzala a tutto campo della storia, una figura che avrebbe trovato degni interpreti anche nell’italiano Valentino Mazzola, nell’argentino Alfredo Di Stefano, nell’inglese Robert Charlton, nell’olandese Johan Cruyff. Mai si era visto un giocatore capace di spaziare su una così vasta fetta di campo prima di allora. L’azione di James prende il via dalla difesa, dove raccoglie i disimpegni di Wilson e costituisce il regista arretrato, fungendo da vero e proprio centromediano metodista. Dalla terza linea, il suo gioco si sviluppa in modo dominante e assiduo fino a ridosso dell’area avversaria, dove innesca l’attacco atomico, composto da tre elementi di indiscutibile talento: a destra, Joe “Flying” Hulme, dotato di un dribbling ubriacante e doti di palleggio fantastiche; a sinistra, Cliff Bastin, stella della nazionale inglese e record-man di gol in maglia Gunners prima dell’avvento di Henry. Micidiale nelle battute a rete e nei cross, capace di realizzare ben 32 segnature in un solo campionato, quasi tutti su illuminanti assist e aperture di James. Se avessi avuto Bastin, dichiara il tecnico dell’Austria Hugo Meisl, avrei vinto il Mondiale del ’34 in Italia.

Al centro, il poderoso Drake, che arriva a segnare ben 7 reti in un Arsenal-Aston Villa 7-1 del 1935. Chiaro che con un simile concentrato di forza e talento, l’Arsenal (irrobustito anche da valide riserve come il portiere olandese Keyser, il terzino Parker, lo stopper Seddon, il veterano Bacher, trasformato da interno a centromediano, il centravanti Lambert) domini sul campo e cambi il corso della storia.

La strisca di successi si apre nel 1930 con la vittoria in FA Cup e prosegue con i titoli nazionali del ‘31’, ’32 e ’34. L’Arsenal è una macchina oramai rodata, e neppure la prematura scomparsa di Chapman nel ’34, arresta la fame di vittorie. Nel 1935 è ancora scudetto, nel 1936 arriva la seconda FA Cup. Il ciclo oramai è chiuso ma in un impeto d’orgoglio i pochi reduci di quel meraviglioso dream team arpionano ancora il titolo del 1938. Nessuna squadra ha forse cambiato il calcio come l’Arsenal di Chapman. Una rivoluzione d’ottobre che ha in un tecnico di profonda abilità calcistica il condottiero, e in una schiera di impareggiabili solisti l’infallibile braccio armato.

Il Grande Torino

Quando il Grande Torino, quel maledetto 4 maggio 1949, si infrange contro il terrapieno della basilica di Superga, chiudono scuole, uffici pubblici, fabbriche in tutta Italia, e viene proclamata giornata di lutto nazionale. Perché il Grande Torino non è soltanto una squadra di calcio e basta: è il simbolo di un Paese che rinasce, la speranza dopo gli anni bui della Seconda Guerra Mondiale. Il presidente Novo, imprenditore nel ramo delle pelli, la costruisce nel periodo pre-bellico, quando fa arrivare dalla Juventus il portiere Bodoira e i centravanti Felice Placido Borel e Guglielmo Gabetto, considerati finiti in maglia bianconera; e un pacchetto di ali di grande impatto e rara eleganza: il varesino Franco Ossola, il vicentino Romeo Menti dalla Fiorentina e il vercellese Ferraris II dall’Ambrosiana (Inter). Grazie ai consigli del ct della Nazionale Vittorio Pozzo, da sempre sostenitore della squadra granata, Novo completa il mosaico durante il conflitto.

Le basi vengono gettate nella stagione 1941-42: su pressione dell’attaccante Borel II e dell’allenatore Kutik, Novo approva la scelta di utilizzare il Chapman System, abbandonando così il vecchio Metodo, tanto caro alla scuola italiana. Il Torino dà vita a un appassionante lotta al vertice con Roma e Venezia. A poche giornate dal termine, i granata sono ospiti dei veneziani, terza forza del campionato. Il Toro passa in vantaggio ma è un fuoco di paglia. I padroni di casa, sospinti dal formidabile duo di mezzali Loik-Mazzola, ribaltano la situazione e si impongono 3-1. Nell’intervallo del match il presidente Novo scende negli spogliatoi, stregato dai due assi. Stacca un assegno da 1.250.000 lire (cifra mostruosa per i tempi) più Petron e Mezzadri e riesce a strappare Loik e Mazzola alla Juventus, da tempo sui giocatori ma beffata dalla scelta temporeggiatrice del suo presidente Dusio. I granata chiudono il torneo al secondo posto, alle spalle della Roma, ma è già chiaro che dalla stagione seguente il discorso sarebbe cambiato. Novo oltretutto completa le fila con l’acquisto del poderoso mediano Grezar dalla Triestina.

Nel 1942-43, il Torino conquista finalmente lo scudetto, il secondo (o il terzo se si considera il titolo revocato del 1927-28) della sua storia, con un punto di vantaggio sul sorprendente Livorno. Il campionato si ferma quindi per un anno e mezzo. In cui il Toro, unito al marchio Fiat e irrobustito dalla presenza del bomber della Nazionale Silvio Piola, partecipa al torneo di guerra ed è battuto in finale dai Vigili del Fuoco di La Spezia solo per i postumi di un massacrante viaggio in Friuli. Finita la guerra, Novo aggiunge quattro pedine in difesa: il portiere Bacigalupo dal Savona, il terzino destro Ballarin dalla Triestina, il mediano sinistro Castigliano dallo Spezia. In più, dalle giovanili, spunta il virgulto Virgilio Maroso.

Con una simile intelaiatura, il Torino conquista quattro scudetti consecutivi, sbriciolando 22 primati di squadra! Tra i più significativi, il massimo punteggio in classifica, con la vittoria da due punti (65), il massimo vantaggio sulla seconda (+16), il massimo numero di gol realizzati (125), il più alto numero di partite vinte in casa (19 su 20), la vittoria più larga (10-0 sull’Alessandria)... Quasi tutti i 22 record si riferiscono alla stagione 1947-48, quando il Grande Torino raggiunge il suo massimo fulgore. Tra le imprese da consegnare al mito, anche il maggior numero di giocatori dati alla Nazionale per una sola partita (10, tutti tranne il portiere Bacigalupo, per Italia-Ungheria 3-2 dell’11 maggio 1947). Logico che un simile portento entri nel cuore di tutti, soprattutto in un periodo così avaro di certezze e ricco di problematiche come il dopoguerra italiano. Il discobolo Consolini, la rivalità Coppi-Bartali e poi loro, gli invincibili campioni granata: questi gli eroi della rinascita, le guide per un futuro migliore.

Una squadra che diventa tale grazie alla mano del factotum (dirigente, preparatore, a tratti anche allenatore) ebreo-ungherese Egri Erbstein, fuggito alla persecuzione nazista durante la guerra. Erbstein viene dalla grande scuola danubiana, crede dunque a un gioco armonico, fatto di passaggi breve, manovrato e cadenzato. Ma ha l’intelligenza di capire che bisogna tenere conto delle differenze genetiche e strutturali degli atleti italiani e latini rispetto a quelli mitteleuropei. Per prima cosa, programma sedute quasi quotidiane di allenamenti molto più duri e specifici di quelli in voga al tempo, in modo da irrobustire la fibra atletica. Prima di ogni partita, dà vita a poi a quello che si sarebbe detto “riscaldamento” in modo da temprare il fisico e portare i giocatori a un approccio agonistico decisamente più all’avanguardia. Il giorno dopo la partita è invece dedicato a bagni, docce e cure defatiganti che permettano un pieno recupero.

La superiore preparazione atletica, che abbiamo prima analizzato, dà modo al Grande Torino di effettuare un’efficace pressione sui portatori di palla a tutto campo e annicchilire la resistenza di qualsiasi rivale grazie al celeberrimo “quarto d’ora”. Trattasi di dieci minuti nei quali i granata, sul campo di casa del Filadelfia, vengono guidati dallo squillo del trombettiere Bolmida e dal gesto del proprio condottiero, il capitano Valentino Mazzola, che si rimbocca le maniche e suona la carica. Il risultato è un vortice impetuoso che muove verso la porta avversaria con una forza e una carica impressionanti, e sfruttando una velocità di base almeno vent’anni avanti. In quei dieci minuti, il Torino si rende capace di miracoli autentici, recuperare uno 0-3 alla Lazio e trasformarlo in un 4-3 a proprio favore, infilare 6 reti alla Roma, seppellire di reti qualsiasi formazione del campionato. A livello tattico, poi, Erbstein sfrutta la grande versatilità di molti componenti della rosa per applicare un calcio di movimento, tipico della scuola danubiana e già teorizzato e in parte messo in pratica da Hugo Meisl nel Wunderteam austriaco.

Il Grande Torino è schierato con un Sistema anomalo, nel senso che il modulo inventato da Chapman costituisce la base ma poi si modella a seconda dei movimenti dei calciatori granata. Davanti a Bacigalupo, portiere dai riflessi felini, modernissimo nei fondamentali e ancora in fase ascendente quando muore a Superga a soli 25 anni, la difesa consta di tre elementi di grande levatura e mobilità: il terzino destro Ballarin, attaccante di complemento, il centromediano Rigamonti, dalla solida stazza e dall’atletismo dirompente e il terzino sinistro Maroso, forse il difensore più tecnico della storia del nostro calcio, nonché il primo terzino fluidificante: suoi degnissimi eredi sarebbero stati Cervato, Facchetti, Cabrini e Paolo Maldini. La classe superiore, i virtuosismi tecnici e la straordinaria velocità (a 22 anni corre i 100 metri in 11 secondi) avrebbero forse consentito a Maroso di evolvere nel corso della carriera verso ruoli di maggior estro, quali l’ala o la mezzala o anticipare la lezione innovatrice di Franz Beckenbauer. Tutte ipotesi affascinanti e fantasiose, rese vane dal rogo di Superga che lo rapisce in cielo a soli 24 anni.

A centrocampo, il quadrilatero sistemista si avvale di due polmoni d’acciaio in veste di mediani: il triestino Grezar, al contempo anche raffinato stilista, e l’onnipresente Castigliano, una vera forza della natura ed efficacissimo anche come stoccatore (arriva a segnare ben 13 reti nella seconda parte del campionato 1945-46). In fase di non possesso palla, Grezar arretra sulla linea dei difensori formando così qualcosa di molto simile a una moderna difesa a 4, che da destra a sinistra allinea Ballarin, Rigamonti, Grezar e Maroso. La riprova di quello che dicevamo prima e cioè della grande mobilità tattica del Sistema granata.

In regia, le due mezzali strappate al Venezia: a destra, l’infaticabile fiumano Loik, a sinistra, il capitano e anima Valentino Mazzola, il più completo calciatore di sempre del calcio italiano. Mazzola raccoglie la lezione di Alex James e va oltre: non si limita ad arretrare fin quasi sulla linea di difesa, dirigere il gioco in mezzo e rifinirlo in avanti con il piglio del condottiero, ma si incunea nell’area avversaria risultando anche il più devastante dei goleador. Ne relizza ben 130 in 256 partite, con l’apice del 1946-47, quando si laurea capo-cannoniere del campionato con 29 centri. In attacco, il funambolico Menti a destra, il regolare Ferraris II (nell’ultima stagione Ossola che passa alla storia nella formazione titolare) a sinistra e il “Barone” Gabetto al centro. Anche in questo caso, quando il Torino è sulla difensiva, Ferraris II arretra quasi a centrocampo, per irrobustire il centrocampo privato di un uomo, visto l’arretramento in difesa di Grezar.

Le imprese del Grande Torino fanno il giro d’Europa e del Mondo, anche se all’epoca non sono ancora riprese le competizioni internazionali ufficiali. Capita così che il capitano del Benfica e del Portogallo, José Ferreyra, amico di Valentino Mazzola, inviti la squadra granata in occasione del suo addio al calcio. Il Grande Torino, con il quinto scudetto già in tasca, vola a Lisbona per disputare l’amichevole celebrativa ai primi di maggio.

Il ritorno è previsto per il 4 maggio 1949. La fitta nebbia che copre Torino rende quasi impossibile la vista. Alle 17.05 il trimotore Elce I della Fiat si schianta contro il terrapieno della basilica di Superga, causando la morte istantanea di tutti e 31 i componenti a bordo: 18 giocatori del Torino, 2 tecnici (Erbstein e l’inglese Lievesley), 3 dirigenti e 4 membri dell’equipaggio. Unici sopravvissuti di quello squadrone leggendario sono il presidente Novo, rimasto a casa perché reduce da una broncopolmonite, due giocatori, le riserve Gandolfi (portiere) e Tomà (terzino sinistro), il segretario Giusti e il dirigente Rocca. Le restanti quattro giornate di campionato vengono giocate dalla squadra ragazzi e lo scudetto assegnato d’ufficio.

L’Italia è sconvolta. Nel morale, nello spirito ma anche a livello tecnico, visto che i giocatori del Torino costituvano l’ossatura della Nazionale, e 6 o 7 di loro sarebbero presumibilmente partiti titolari al campionato del Mondo dell’anno seguente. Ci vogliono dieci anni prima che il nostro calcio riesca a rialzare la testa. Si dissolve così, da un giorno all’altro, quella che per tutti gli italiani resterà per sempre la squadra più amata.
LE SQUADRE 2

La Grande Ungheria

E’ forse la più grande squadra di calcio di tutti i tempi, e non può essere altrimenti visto che nel progetto dell’ “Aranycsapat” (squadra d’oro) si mescolano un concentrato di rivoluzioni epocali sul piano tattico e dell’idea di squadra con una qualità offensiva dei singoli sbalorditiva, senza paragoni. Allenatore, maestro e guida della squadra è Gusztav Sebes, ex centromediano di buon livello, diventato ct della Nazionale nel 1949. L’eleganza e la grazia dell’impero asburgico sono oramai un lontano ricordo, e così pure il calcio danubiano che tanto aveva spopolato prima del conflitto, pare entrato in un irreversibile declino.

Ma dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale cresce nella piccola patria magiara una fioritura di talenti unici, di quelle che di solito si verificano in un Paese una volta ogni 100 anni. La nuova svolta comunista impone alle squadre di calcio un collegamento diretto con le aziende statali e i corpi istituzionali: dalla Kispest nasce così la Honved, la squadra dell’esercito che in italiano significa “Difesa della patria”. Una formazione nella quale in pochissimo tempo vengono fatti confluire i migliori giocatori del Paese, in modo da formare una sorta di invincibile armata. La Honved vince quattro scudetti (’50, ’52, ’54 e ’55) prima dell’invasione di Budapest del ’56 che provoca la fuga dei componenti di quel Dream Team nei campionati occidentali. Sebes forgia l’Ungheria intorno al blocco della Honved, ai quali aggiunge qualche elemento dell’altra squadra dominante del Paese, il Voros Lobogo (ex Mtk).

Con certosina pazienza il tecnico plasma così una Nazionale senza rivali al Mondo, ma con un punto debole: l’attacco. Il più forte centravanti del calcio magiaro, il grande Bamba Deak, capace di segnare ben 66 reti nel campionato 1945-46, entra in conflitto con i vertici comunisti ed è costretto così a lasciare la Nazionale. Lo sostituisce Palotas, altro giocatore di squisite proprietà tecniche, ma non in linea con le idee di Sebes. L’allenatore magiaro ha infatti in mente una correzione tattica per meglio assecondare il valore degli interpreti.

Disponendo di due interni dalle eccezionali medie realizzative, quali Kocsis e Puskas, più inclini al ruolo di mezzali metodiste che sistemiste, l’allenatore cambia la disposizione offensiva: l’attacco non disegna più una W, ma una M con i due interni avanzati rispetto alle due ali e al centravanti. Con il nuovo modulo a WM, è necessario trovare un centravanti che non sia tanto e solo un terminale, quanto un tessitore dell’intera manovra. Sebes individua questo anello mancante in Nandor Hidegkuti, all’epoca ala del Voros Lobogo. L’allenatore prova in svariate amichevole Hidegkuti quale vertice arretrato della M offensiva, ma sempre senza i risultati sperati. Il valore del giocatore non si discute, come dimostrano le prestazioni fantastiche con il club. Sebes capisce ben presto che il problema è psicologico: Hidegkuti soffre troppo la pressione quando si trova a vestire la maglia dell’Ungheria e non riesce a rendere come il suo talento imporrebbe. A pochi mesi dai Giochi Olimpici del ’52, la nazionale affronta a Varsavia in un doppio probante test-match Polonia e Finlandia. Improrogabili impegni vietano a Sebes di prendere parte alla trasferta.

L’allenatore anticipa la formazione, con Palotas centravanti titolare tra le mezzali Kocsis e Puskas. Affida quindi al vice Gyula Mandi e a Ferenc Puskas una busta contenente una lettera, ordinando ai due di aprirla solo poco prima del fischio iniziale. Sulla busta c’è scritto: centravanti al posto di Palotas, giocherà Hidegkuti. Il nostro, già in tribuna, viene chiamato in tutta fretta negli spogliatoi, si cambia ed entra in campo. L’Ungheria asfalta i polacchi 5-1, Hidegkuti segna due reti ed è il migliore in campo. Il segreto di un così sconvolgente cambiamento di rendimento? Lo spiega lo stesso Hidegkuti: La sera prima mi sono coricato tranquillo, convinto di non giocare, e ho dormito sereno senza pressioni né paure.

Sebes ha trovato il tassello mancante, Hidegkuti ha vinto la paura: l’Ungheria può finalmente riversare sul resto del pianeta il proprio prodigioso arsenale di fuoco. Le Olimpiadi di Helsinki si fanno testimoni di una squadra che vince l’oro a redini basse, incantando pubblico e addetti ai lavori con un calcio mai visto, sublimato dall’estro di interpreti meravigliosi. Un calcio dove il talento, la tattica, il movimento, l’idea di squadra raggiungono vette inesplorate.

I calciatori ungheresi giocano a memoria, sono capaci di capovolgere il fronte del gioco con 3 passaggi in verticale, come di avvicinarsi gradatamente alla porta avversaria attraverso una manovra intessuta di 15-20 passaggi, tutti palla a terra, tutti o quasi tutti di prima. Un tourbillon magistrale che stordisce qualsiasi avversario, incentrato su un movimento continuo da parte di tutti i giocatori, sia in fase di possesso che di non possesso palla, su fuorigiochi continui, su sovrapposizioni costanti. Il pallone viene lanciato negli spazi vuoti, in modo da obbligare il compagno a correre per andare a ricevere il passaggio. Un meccanismo sconvolgente, dato che fino ad allora il giocatore era solito rimanere fermo, in attesa del lancio, e non era assolutamente abituato allo scatto, tantopiù così sistematico. Vittorio Pozzo, due volte campione del Mondo con l’Italia, dichiara di non aver mai visto un calcio così spettacolare, la rivista tedesca Kicker scrive che 90 minuti sono troppo pochi per assistere a un simile prodigio.

L’Ungheria diventa la stella d’Europa, vessillifera di un football nuovo, che vent’anni dopo sarebbe stato etichettato come “totale”. Ma quello in realtà è calcio nella sua accezione più pura e semplice. Perché per quanto appaia così ricco, variegato e impossibile da replicare, nasce dalle coordinate del talento più straordinario, dell’estro del singolo, del divertimento. Dietro alle nostre vittorie non ci sono molti segreti, dichiara un giorno Puskas. Giochiamo per il piacere di farlo, tatticamente non esistono soluzioni particolarmente innovative. La filosofia è quella, semplicissima, di buttare la palla in fondo al sacco, sempre e comunque.

Al suo massimo, l’Ungheria presenta Gyula Grosics, uno dei più forti portieri di tutti i tempi, tra i pali. In difesa, a destra opera il pendolino Buzansky, vero e proprio terzino fluidificante, tecnicamente valido ma non eccelso, però dotato di abilità agonistiche e atletiche straordinarie, che gli consentono di avanzare fino al capolinea della fascia. Il centromediano sistemista è il possente Lorant, con a sinistra Lantos, altro terzino d’attacco nelle giornate di vena. In mezzo al campo, Zakarias è il mediano sinistro e svolge un prezioso lavoro oscuro.

Sul fronte destro, il leggendario Bozsik, considerato il più grande mediano di tutte le epoche, immenso direttore d’orchestra, capace di cancellare dal campo la più pericolosa delle mezzali avversarie come di azionare le impareggiabili bocche da fuoco dell’attacco, con lanci da 70 metri precisi al millimetro o con pennellate di nitidissima classe. La prima linea vede Budai II (in alternativa Toth) finta ala destra, dato che ha la tendenza ad accentrarsi e dare manforte al centrocampo. Sul versante sinistro, opera invece l’ “uccello pazzo” Zoltan Czibor, campionissimo del ruolo, in grado di partire verso la porta avversaria con finte ubriacanti o scoccare micidiali conclusioni dal limite dell’area. In mezzo, a dirigere il traffico, il già citato Nandor Hidegkuti, che non dimentica affatto come si fa a segnare (68 partite e 39 reti in Nazionale) ma veste più spesso i panni del rifinitore, sfruttando doti straordinarie di assist-man e costruttore del gioco.

I due interni avanzati, in pratica delle mezzali metodiste, Sandor Kocsis e Ferenc Puskas, rappresentano una coppia offensiva di insuperabile efficacia. Il primo, detto “testina d’oro” è probabilmente il più forte colpitore di testa di ogni tempo. Sbalorditiva la sua media gol in Nazionale, con 75 reti in 68 presenze, si laurea capo-cannoniere al Mondiale ’54 quando in 5 gare mette a segno la bellezza di 11 gol. Sul centro-sinistra la stella assoluta e icona del calcio ungherese, Ferenc Puskas, che in un’ideale graduatoria dei migliori calciatori di ogni tempo occuperebbe di certo una delle primissime posizioni. Il sinistro sembra forgiato dalla grazia del Signore, la forza fisica è dirompente, la capacità realizzativa non ha eguali (84 gol in 83 partite in Nazionale, 1328 in carriera), il dribbling secco e micidiale, la tecnica modernissima. Ma il colonnello (così soprannominato, nonostante fosse maggiore dell’esercito) non si limita a concludere il gioco: arretra per rifinirlo, sale in cattedra impugnando con autorità la bacchetta del comando, orchestrando e guidando l’intera manovra. Vessillo di due dei più meravigliosi complessi di tutte le epoche, la Honved/Grande Ungheria negli Anni ’50 e il Grande Real negli Anni ’60. Il modulo dell’Ungheria al suo interno presenta pure i germi della Diagonal sudamericana, che parte dal mediano destro Bozsik e si snoda, tramite il centravanti arretrato Hidegkuti, fino appunto a Puskas, che si inserisce come massimo terminale sulla sinistra.

Un simile portento di talento e innovazione non può che lasciare orme indelebili sulla storia: tra il 4 maggio 1950 (sconfitta in Austria per 5-3) e la rivoluzione di Budapest del 4 novembre 1956 che reprime nel sangue la libertà del popolo e cancella l’ “Aranycsapat”, l’Ungheria non conosce che vittorie, tranne qualche sparutissimo pareggio, e una sola sconfitta nel giorno però più importante: la finale del Mondiale ’54 contro una Germania alterata chimicamente. In modo particolare, dal 4 maggio 1950 al 4 luglio ’54 (giorno del ko con i tedeschi) nel periodo di massima espansione, i magiari inanellano una striscia di imbattibilità assurda: 32 partite, 29 vittorie e 3 pareggi, con 143 gol fatti e 33 subiti. Anche l’Italia si inchina a un prodigio così straordinario: avviene allo stadio Olimpico, il 17 maggio 1953. Gli ungheresi non vincono sul suolo italiano da 28 anni, quel giorno dominano dall’inizio alla fine, con un 3-0 persino stretto e la standing ovation di tutti gli spettatori, alzatisi in piedi ad applaudire al termine della partita.

Ma l’impresa che fa epoca è soprattutto quella di Wembley del 25 novembre 1953. Invitati a misurarsi al cospetto degli inglesi, ancora considerati maestri nonostante l’umiliazione del Mondiale ’50 (fuori al primo turno per mano degli Stati Uniti) e un calcio oramai vecchio e insensibile alle novità che spirano dal continente e dal Sud America, gli ungheresi sanno di non poter fallire. Nessuno, in oltre 90 anni di calcio, ha mai vinto sul suolo britannico. Più che da una superiorità tecnica, il motivo deriva dalla maniacale cura con cui i padroni di casa preparano le partite: sempre su terreni duri e durante stagioni fredde, due aspetti che rendono l’aria più rarefatta e il gioco più chiuso e agonistico. Aspetti che esaltano la scorza atletica dei britannici e alla lunga prosciugano l’ossigeno e la maggiore mobilità tecnica degli ospiti.

Sebes però non lascia nulla al caso: all’inizio di novembre si reca a Wembley per assistere a Inghilterra-Resto d’Europa, finito 4-4. Si accorge subito delle differenze climatiche e del pesantore del campo, con il pallone che non rimbalza mai più di mezzo metro. Il mattino seguente, si reca di persona a Wembley e prova a calciare e muoversi in quel terreno. Si fa regalare da un amico tre palloni di marca inglese, torna a Budapest, fa allargare un campo di allenamento per raggiungere le misure (110x70) di Wembley e lo concima con materiali duri, in modo da somigliare il più possibile ai campi inglesi.

I campioni olimpici si presentano alla sfida forti di allenamenti specifici e seppelliscono gli increduli padroni di casa sotto una valanga di reti (6-3), fornendo una lezione di calcio anche sul piano del gioco. Hidegkuti, da centravanti arretrato, attira il povero stopper inglese in una trappola, favorendo gli inserimenti delle mezzali. E’ lui il grande protagonista, con una tripletta fantastica, tra cui spicca un eurogol da 30 metri con il pallone tesissimo che conclude la sua corsa nel sette.

Puskas, quindi. Il “colonnello” sigla una doppietta, con un gol da cineteca. Lancio da 40 metri di Bozsik, al solito preciso al millimetro, Puskas scatta sul lato destro dell’area piccola ma riceve la palla al volo sul piede sbagliato, il destro. Senza lasciare che il pallone tocchi terra, alza il pallone e supera con un morbido pallonetto lo stopper inglese (il grande Billy Wright, non un brocco qualunque...), quindi sempre di prima intenzione raccoglie al volo la palla con il sinistro e la scaraventa in rete nell’angolo alto opposto. L’Empire Stadium è stragato, si alza in piedi ad applaudire, inchinandosi a tanta bellezza. Bozsik chiude la girandola con il sesto sigillo. Ancora più stupefacente, la “rivincita” che si consuma il 23 maggio 1954, all’approssimarsi dei campionati del Mondo svizzeri, a Budapest: finisce 7-1 per l’Ungheria, doppietta di Puskas, doppietta di Kocsis, una rete a testa per Lantos, Hidegkuti e Toth.

Il Mondiale del ‘54, forse il più grande della storia come contenuti tecnici, si presenta con l’Ungheria quale favorita indiscussa, accompagnata da altre due nazionali fantastiche: l’Uruguay campione in carica di Varela e Schiaffino, e il Brasile di Julinho e dei due Santos. La squadra di Sebes inizia subito da par suo asfaltando la cenerentola Corea del Sud per 9-0. Il copione si ripete nel secondo match del girone, vinto contro la Germania Ovest per 8-3. Il ct tedesco Sepp Herberger si dimostra nell’occasione un astuto volpone: manda in campo molte riserve e ordina ai suoi di picchiare sistematicamente Puskas. Il centromediano Liebrich riesce nella missione di azzopparlo e renderlo indisponibile per il proseguio del torneo. Nei quarti, l’Ungheria affronta il Brasile: una battaglia con rissa incorporata e Puskas che, seduto in panchina dopo l’infortunio, riceve una bottiglia in testa.

I magiari la spuntano per 4-2 e in semifinale attendono l’Uruguay iridato. Sotto una pioggia incessante, su un terreno che si trasforma ben presto in fanchiglia appiccicosa, i ragazzi di Sebes si portano avanti 2-0 grazie ai gol di Hidegkuti e Lantos. Nell’Uruguay esce infortunato il capitano Varela, sostituito nel ruolo e nelle mansioni da un ispirato Schiaffino. Il Pepe guida i suoi con il piglio del leader, Haahberg recupera i due gol di svantaggio e Schiaffino fallisce di un niente la terza rete. Nei supplementari le due squadre accusano presto la stanchezza, ma gli ungheresi possono giocare anche la carta aerea con Kocsis, che infatti realizza di testa le due reti che dischiudono le porte della finale di Berna. Per Gianni Brera, Ungheria-Uruguay è stata la partita più bella nella storia dei Mondiali.

Stremati e menomati dalle durissime lotte nei quarti e in semifinale, i magiari arrivano all’atto conclusivo non al meglio. Dall’altra parte, invece, i tedeschi dell’Ovest, giunti a sorpresa in finale, hanno affrontato un calendario molto più agevole, eliminando una non irresistibile Jugoslavia e la declinante Austria. Torna in campo Puskas, anche se risente ancora dei postumi dell’infortunio. Il capitano parte a tutta, al 6’ realizza l’1-0 poi favorisce il raddoppio di Czibor all’8’. Sembra la solita passeggiata di reti ma a quel punto l’ “Aranycsapat”, esausta, crolla. Morlock accorcia al 10’, quindi Rahn infila il 2-2 al 18’. L’Ungheria riprende coraggio, attacca a testa bassa ma non riesce a essere lucida come al solito in fase di tiro. Il portiere tedesco Turek è il migliore in campo, più per errori di mira degli avversari che per meriti propri. All’84’, in seguito a una delle poche sortite offensive della squadra teutonica, Fritz Walter, unico campione vero della Germania, ruba palla a Bozsik e serve in profondità il veloce Rahn: l’ala destra si infila nelle maglie della difesa e con un diagonale batte Grosics. Il gol lascia tutti increduli, l’Ungheria, imbattuta da quattro anni e mezzo, è sotto a una manciata di minuti dal termine. I magiari ricominciano ad attaccare, Puskas segna ma l’arbitro inglese Ling inspiegabilmente annulla. Finisce così, con il più pazzesco e imprevedibile degli esiti. Il telecronista tedesco comunica alla radio di stato: Signori, benché vi sembri incredibile, la Germania è campione del Mondo.

Il regime non perdona a Sebes la sconfitta, i tifosi al ritorno incendiano l’abitazione del tecnico, la stampa gli rende la vita impossibile con accuse premeditate e prive di fondamento. Sebes rifiuta le dimissioni, poi nell’estate del ’56 viene esonerato. Nell’autunno dello stesso anno, il popolo ungherese, schiacciato dal fardello di un comunismo disumano, si ribella in cerca della libertà. La Honved, che costituisce l’ossatura della Nazionale, si trova in tournée all’esterno e molti scelgono di non rientrare. La federazione ungherese squalifica i fuggiaschi, la Fifa per non incendiare il già teso rapporto politico tra Occidente e Oriente, accoglie la richiesta. Ma la Spagna franchista, che non intrattiene rapporti né con l’uno né con l’altro blocco, passa sopra e dà il benvenuto ai reprobi: Czibor e Kocsis vanno a rinforzare il Barcellona, Puskas il Real Madrid. Nel frattempo, il 4 novembre i carri armati sovietici fanno il loro ingresso a Budapest e soffocano la rivolta. Si chiude così, in un lago di sangue, l’epopea dell’ “Aranycsapat”, la più meravigliosa orchestra che abbia mai suonato su un campo di calcio. Neanche la più atroce delle conclusioni però potrà mai scalfire il ricordo di una leggenda.

Il Grande Real

Non inventa e non innova nulla sul piano tattico, però sarebbe ingeneroso tra le formazioni che fanno epoca non citare il Grande Real. Se l’Ungheria degli Anni ’50 ha forse rappresentato il massimo mai visto in quanto a organizzazione e struttura di squadra, il Real Madrid degli Anni ’60 è stata con tutta probabilità la compagine più ricca di campioni e talento dell’intera storia pallonara. Per nessun altra formazione l’appellativo “Dream Team” suona più azzeccato.

Il Grande Real nasce intorno a due figure leggendarie: la prima è quella di Santiago Bernabeu, già mezzala destra del club, quindi segretario, e dal 1943 al 1978 presidente. O meglio sarebbe dire patriarca supremo, condottiero unico, illuminato e intelligente, decisionista e severo al tempo stesso. Il secondo è Raimundo Saporta, nato a Parigi, innamorato del basket negli anni giovanili e quindi trasformato, dopo il suo incontro con Bernabeu e il suo ingresso nel Real, in general manager eccellente, capace di prevedere e manovrare ogni mossa, in sede di mercato come nelle stanze dei bottoni. Saporta controlla ogni mossa, in casa sua e fuori, aprendo la strada per i grandi strateghi del calcio contemporaneo che tutto sanno e tutto vedono. In Italia, due gli esempi più illustri: Italo Allodi nella Grande Inter e Luciano Moggi nella Juventus. Con Bernabeu e Saporta in sala comando, il Real diventa Il Real, la Squadra per eccellenza, la più temuta, la più potente, la più rispettata, la più affascinante, la più copiata.

Il motore di quello che passerà alla storia come Grande Real viene acceso nel 1953, quando Bernabeu e Saporta confezionano il capolavoro Di Stefano. L’asso argentino, svezzato nel magnifico River degli Anni ’40, nel 1949, in seguito alla crisi economica che ha colpito l’Argentina, si è trasferito in Colombia ai Millionarios di Bogotà, club posto fuori legge dalla Fifa e che recluta a suon di dollari i migliori calciatori del continente americano. Durante una tournée in Spagna, Di Stefano viene notato dagli osservatori del Barcellona e del Real. I blaugrana si accordano con il River, ancora legittimo proprietario del cartellino, il Real tratta con i colombiani e con il giocatore. Il Barcellona in realtà è arrivato per primo e ha la legge dalla sua, ma il Real sta già diventando Il Real, con poteri illimitati nella Spagna franchista. La federazione iberica adotta così la più sorprendente delle decisioni: Di Stefano giocherà una stagione nel Real e una nel Barça, in modo alternato, a partire dal Real. Il criterio dell’alternanza indigna il Barcellona che si ritira dalla contesa alquanto stizzito.

Ed è in quel momento che nasce la leggenda delle merengues. Non sarebbe mai stato possibile il meraviglioso “Dream Team” che abbaglia l’Europa e il Mondo nel corso degli Anni ’60 senza Di Stefano. Il fuoriclasse si presenta rifilando una tripletta al Barcellona nel SuperClasico e in breve cambia il proprio modo di giocare. Da centravanti velocissimo (soprannominato “La Saeta Rubia”, la freccia bionda) arretra il proprio raggio d’azione alle spalle della prima linea. Qui costituisce il fulcro della manovra, raccogliendo l’eredità dello scozzese James e del nostro Valentino Mazzola, e diventando una mezzala a tutto campo. Infallibile nei recuperi difensivi, superbo in regia e in fase di rifinitura, letale in zona gol (si laurea capo-cannoniere della Liga per cinque volte, in Coppa Campioni si arrampica alla mostruosa cifra di 49 gol, primato superato da Raùl solo in epoca moderna, in carriera spalma oltre 800 reti), con una personalità e un senso del comando dominanti e che non lasciano spazio ad altre prime donne. Il tutto meglio e sempre a velocità doppia. Un computer, senza punti deboli, come descritto anche dalle parole di storici ed esperti del tempo. Secondo autorevoli correnti di pensiero, il più forte calciatore di ogni tempo. E pur ammesso (e non concesso) che non si tratti del n.1 in quanto a grandezza, lo è stato quasi certamente in termini di completezza e continuità ai vertici.

Accanto a Di Stefano, Bernabeu e Saporta nel corso degli anni costruiscono un organico mirabolante, comprensivo di stelle assolute di prima grandezza mondiale, quali gli uruguayani Hector Rial e Santamaria, gli spagnoli Gento e Del Sol, l’ungherese Puskas. Arrivano persino (come Angelo Moratti nel 1963) a un passo dall’astro nascente Pelé. Il Real vince otto titoli in una decina d’anni, ma soprattutto le prime 5 coppe Campioni consecutive. Un record inattaccabile. Una formazione di all stars che diventa uno spot non solo per il calcio a livello planetario, ma anche per la Spagna. Sono anni difficili per la patria iberica, anni di isolamento dal resto del Mondo, di basso profilo politico a causa del regime e della politica di Francisco Franco, mal visto a Oriente come a Occidente.

Le imprese del Real danno un’immagine nuova e vincente della Spagna agli occhi del Mondo. Il migliore dei miei ambasciator all’estero, dichiara Castiella ministro degli esteri è il Real Madrid. Un Real Madrid più forte della politica e delle divisioni nazionali, un Real Madrid che vince e incanta su tutti i campi del continente e rappresenta, a detta di Rossi e Spinelli, i padri fondatori dell’Europa unita, il primo movimento di unificazione dei popoli e dei Paesi europei, 40 anni prima di Helmut Kohl e François Mitterand, dell’Euro e dei trattati di Maastricht. Una rivoluzione non tanto sul piano tattico (il Sistema resta il modulo utilizzato nei primi anni, salvo scalare con il passare del tempo verso un più flessibile 4-2-4, o meglio un 4-2-1-3), quanto su quello geopolitico. Perché il calcio può vincere qualsiasi barriera, qualsiasi divisione culturale.

Il Benfica

A metà strada tra il Sistema e il 4-2-4 si colloca il Benfica che sul fare degli Anni ’60 spezza il monopolio del Real Madrid in Europa e conquista due Coppe Campioni consecutive. La squadra portoghese si è già fatta conoscere in ambito internazionale grazie all’abile mano del tecnico brasiliano Otto Gloria. Il nuovo allenatore, l’ebreo-ungherese Bela Guttman è figlio della tradizione danubiana che ha dato i Natali a maestri come Meisl ed Erbstein, ma si è in seugito affinato in Brasile, dove ha contribuito a forgiare la mentalità della Nazionale di Feola campione del Mondo nel ’58. Guttman presenta un Benfica nella prima stagione fedele al Sistema inglese, modulo con cui i lusitani conquistano un po’ a sorpresa la Coppa Campioni ’60-’61 ai danni del favorito Barcellona di Herrera.

In quella squadra, davanti all’ottimo portiere Costa Pereira, la difesa si avvale della poderosa prestanza del centromediano Germano, protetto ai lati dai terzini Mario Joao e Angelo. I due mediani, Cruz e Neto sono elementi di provato valore e proteggono le spalle a due interni di classe cristallina: a destra Santana, a sinistra Coluna, motore della manovra, sapiente organizzatore di gioco e fantasista di lucidissima classe. In prima linea, il maniaco del dribbling Augusto a destra, il vivace Cavem a sinistra e il grande Aguas in mezzo, centravanti dalle spiccate qualità tecniche e capo-cannoniere del torneo con 11 centri.

Nella stagione seguente, il Benfica fa il bis in Coppa Campioni, superando nella finale di Amsterdam il declinante Real Madrid degli oramai attempati totem Di Stefano e Puskas. Guttmann è passato a un 4-2-4 per favorire i due nuovi innesti, la fortissima ala sinistra Simoes e soprattutto il jolly offensivo Eusebio, uno dei più grandi calciatori del calcio europeo, talento fantastico, movenze da ghepardo, rapidità, predisposizione al comando, senso del gol. È proprio il giovanissimo Eusebio a siglare la doppietta decisiva che annienta il Real. Davanti a Costa Pereira, la difesa da destra a sinistra prevede Mario Joao, Germano, Cruz arretrato dalla linea mediana e Angelo; a centrocampo, Cavem calato in un nuovo ruolo di interno o il classico Santana, con il factotum Coluna. In avanti, da destra José Augusto, Eusebio, Aguas e Simoes.

Dalla stagione ’62-’63 il Benfica passa nelle mani del cileno Riera, artefice del miracoloso terzo posto del Cile al Mondiale ’62. Riera preserva il 4-2-4 come modulo base, con il club che si arricchisce in attacco di un nuovo asso, Torres. Giunti ancora alla finale contro il Milan di Rocco, i portoghesi vanno in vantaggio grazie a un meraviglioso gol di Eusebio, al termine di una devastante azione personale. L’infortunio del cervello Coluna priva il Benfica del riferimento in mezzo al campo, il Milan ne approfitta e Altafini infila la doppietta che nella ripresa ribalta la situazione e regala il trofeo ai rossoneri.


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4. IL MEZZO SISTEMA

Come si è visto, il Sistema riluce in Europa e in Italia soltanto con squadre particolarmente dotate dal punto di vista tecnico. La partita vive su duelli individuali e le difese sono particolarmente esposte, in quanto prive di quei due elementi (i terzini metodisti) che prima intervenivano in seconda battuta qualora i marcatori davanti a loro si fossero lasciati fuggire gli avanti avversari. Le formazioni di caratura medio-bassa subiscono molte reti e, non possedendo il prodigioso potenziale offensivo dell’Arsenal di Chapman, del Grande Torino o della Honved/Grande Ungheria, non riescono a compensare le lacune difensive con la forza della prima linea: inevitabilmente, vanno incontro a sconfitte e fallimenti. Urgono dei correttivi.

1. Nel campionato di serie B del 1941-1942, l’ungherese Jozsef Banas, tecnico del Padova, è solito far arretrare il difensore Passalacqua detto “gocciolino” (soprannome ereditato dal nonno amante del vino Barbera) alle spalle della terza linea, affidandogli in pratica le mansioni del libero classico ante-litteram. La mossa porta ad un arretramento dell’intero pacchetto arretrato: il mediano Villa diventa terzino, l’interno sinistro Nereo Rocco, oramai in età pensionabile e prossimo a diventare un grande allenatore, arretra a mediano al fianco del centromediano Bortoletti che si incolla al centravanti avversario. Il modulo è parecchio flessibile, dato che in fase di possesso palla, i giocatori in questione (Passalacqua-Villa-Rocco) tornano ad occupare le posizioni originarie.

2. Nello stesso campionato, l’allenatore della Triestina metodista Mario Villini si ispira al Padova, ma per dare vita al libero, anziché aggiungere un difensore per potenziare la difesa, sposta il terzino Ballarin, futura colonna del Grande Torino, all’attacco. Una mossa dettata dalla scarsa capacità realizzativa della squadra alabardata dopo l’infortunio occorso al centravanti Cergoli. La Triestina ’41-’42 si presenta così: il portiere Striuli; un solo terzino metodista libero da compiti di marcatura, Scapin; davanti a lui il centromediano Rancilio marca il centravanti mentre ai suoi lati i mediani Salar e Radio surrogano il compito dei terzini sistemisti e si occupano delle ali.

Le due mezzali, De Filippis e Grezar, in pratica divengono mediani sistemisti. Mentre in avanti, si presentano quattro uomini: le due ali Pasinati e Tagliasacchi, il centravanti Tosolini e Ballarin al suo fianco in veste di punta aggiunta. La classe superiore consente allo stesso Ballarin di tornare ad occupare la posizione iniziale di terzino metodista quando la Triestina si trova in vantaggio e deve difendersi. Come si vede, il modulo ideato da Villini è una mescolanza di Metodo e Sistema, per cercare di sfruttare i pregi e colmare le lacune dei due schieramenti tattici.

3. Sulla falsariga del Padova e della Triestina, si incuneano i Vigili del Fuoco di La Spezia allenati da Ottavio Barbieri nel campionato di guerra del 1944, quando colgono una incredibile vittoria finale ai danni del Torino-Fiat, sfruttando sia la stanchezza dei rivali, di ritorno dalla partita contro la rappresentativa del Venezia-Giulia nel Nord-Est, sia una disposizione tattica particolarmente accorta che riesce a bloccare le temutissime bocche da fuoco avversarie. Il sistema di gioco utilizzato dall’ex vice di Garbutt sulla panchina del Genoa è sempre una commistione tra Sistema e Metodo: dal primo, mutua le marcature fisse e l’impalcatura del centrocampo retto dai due mediani; dal secondo, prende la disposizione in campo.

Così davanti al portiere Bani, agisce il terzino Persia II, libero da compiti di marcatura; davanti a lui, l’altro terzino Borrini marca il centrattacco avversario. I due mediani laterali (Amenta e Scarpato) si occupano delle ali, mentre il centromediano Gramaglia è la diga davanti alla terza linea. Le due mezzali Tommaseo e Tori giostrano quindi in posizione più arretrata rispetto alle abitudini e hanno compiti di copertura e rilancio. A destra, con i medesimi compiti delle mezzali, agisce Rostagno, un’ala tornante ante-litteram. L’offesa è delegata unicamente al centravanti Angelini e all’ala sinistra Costa, praticamente un altro attaccante aggiunto. Il modulo viene ribattezzato Mezzo Sistema (chiamato così da Barbieri perché lo riteneva una “deformazione del Sistema”) e già si intravede una prima bozza di quello che si evolverà nel famigerato Catenaccio.

4. Sulla stessa lunghezza d’onda si sintonizza anche nella stagione ’46-’47 il Modena allenato da Alfredo Mazzoni: Braglia è il terzino metodista che agisce da libero alle spalle dei marcatori; Remondini il terzino davanti a lui che ha il compito di marcare il centravanti avversario; e ai lati agiscono i due mediani Malinverni e Stefanini che tengono d’occhio le ali. Cambiamenti che colgono impreparato il ct azzurro Vittorio Pozzo, piegatosi malvolentieri al Sistema: quando convoca in nazionale Malinverni, per affrontare l’Austria a Vienna, si fa ingannare dal numero di maglia (il n.4), lo crede un mediano sistemista abituato a marcare la mezzala, e come tale lo utilizzerà. Non si accorge invece che Malinverni nel Modena marca l’ala, come un mediano metodista, o se volete come un terzino sistemista. Il risultato di questo (e di altri) errori di lettura porteranno ad una solenne batosta: 1-5.

5. L’ultimo esempio di squadra disposta con il Mezzo Sistema viene dalla Triestina del campionato ’47-’48, allenata da un giovane allenatore che avrebbe fatto epoca: Nereo Rocco. Ripescata in A per “benemeranze sportive” dopo la retrocessione patita sul campo, la squadra alabardata viene schierata da Rocco con un particolare occhio di riguardo alla difesa, ma anche con una certa flessibilità in fase di possesso palla: davanti al portiere Striuli, il terzino Blason, futura colonna dell’Inter di Foni, è libero da compiti di marcatura; davanti a lui, l’altro terzino Sessa prende in consegna il centravanti avversario, e ai suoi lati tocca ai mediani laterali Zorzin e Radio tenere a freno le incursioni delle ali. Il cuore della seconda linea è rappresentato dal centromediano Giannini che si divide tra la marcatura delle mezzali avversarie (caratteristica derivante dal Sistema) e la costruzione del gioco (come nel Metodo).

Rocco presto si accorge però che un giocatore solo in mezzo al campo non è in grado di controllare adeguatamente i due interni avversari, e così arretra al suo fianco una delle due mezzali d’attacco, il n.8 Trevisan, che si divide tra la fase di raccordo e assistenza offensiva. L’altra mezzala, il n.10 Tosolini, è il fantasista puro al servizio del tridente Rossetti-Ispiro-Begni. Il modulo è in ogni caso molto duttile e flessibile, e diventa effettivo solamente o soprattutto in fase di non possesso palla. La Triestina confeziona una stagione da record, chiudendo al secondo posto con Milan e Juventus, alle spalle dell’inarrivabile Grande Torino.

IL VIANEMA

Un ulteriore passo dal Mezzo Sistema al Catenaccio classico viene dal “Vianema” con cui il progenitore Gipo Viani, futuro tecnico del Milan, dispone la Salernitana nel ’47-’48. In realtà pare che il primo a germinare i semi del modulo sia stato tal Antonio Valese, durante un torneo estivo organizzato nel salernitano per festeggiare la promozione della formazione granata in serie A: Valese istruisce il centravanti Piccinini (futuro campione d’Italia con la Juve e padre del telecronista Alessandro) ad arretrare sulla linea di centrocampo con compiti di raccordo e rottura, abbandonando quindi la prima linea.

Viani raccoglie la lezione dell’amico Valese e la fa propria. Nel campionato seguente, dispone dunque la neo-promossa squadra campana con un Sistema revisionato e corretto: davanti al portiere Masci, i terzini Pastori e Jacovazzi sulle ali, mentre allo stopper Buzzegoli viene tolto qualsiasi compito di marcatura e può dedicarsi unicamente al ruolo di libero. La marcatura del centravanti avversario passa sulle spalle del centravanti n.9 Piccinini che viene arretrato tra seconda e terza linea in posizione centrale. Ai suoi lati, i mediani Dagianti e Tori si francobollano agli interni. Il peso dell’attacco è così sulle spalle di quattro uomini, le ali Morisco e Onorato e le mezzali Vaschetto e Rossi (a lungo infortunato e sostituito da Margiotta). La Salernitana non si salva, ma Viani riesce a far conoscere quel modulo e preparare l’avvento del Catenaccio vero e proprio.

Oltre al “Vianema” il catenaccio ha altri due progenitori.

1. Il primo è il Verrou (alla francese) o Riegel (alla tedesca) ideato dall’austriaco Karl Rappan, tecnico della Svizzera al Mondiale ’38. Calciatore di discreto valore del Rapid Vienna, nel 1932 verso la fine della carriera gioca una partita contro il Grassophers: si stupisce di vedere gli avversari disporsi in campo secondo un Metodo anomalo, dove solo uno dei due terzini è libero da compiti di marcatura mentre l’altro deve tenere d’occhio il centravanti avversario. Diventato allenatore, è ingaggiato dal Servette Ginevra e, memore di quell’esperienza, decide di adottare un modulo simile. I risultati raggiunti lo portano ben presto sulla panchina della nazionale elvetica che sta preparando il Mondiale ’38. Per ovviare alla scarsa qualità individuale dei giocatori rossocrociati e andare quindi incontro a rovesci devastanti, Rappan sceglie di applicare il modulo anche per la Svizzera, rifininendo in via definitiva la sua opera.

Davanti al portiere Huber, Rappan affida ai due mediani laterali Springer e Loertscher la marcatura delle ali avversarie; i due terzini metodisti vengono posizionati come in voga uno dietro all’altro, ma solamente il più arretrato dei due, Minelli, ha il compito di spazzare l’area senza compiti di marcatura. L’altro terzino Lehman viene invece incaricato di controllare il centravanti avversario. Il centromediano Vernati, liberato dal peso di qualsiasi marcatura, può dedicarsi esclusivamente alla costruzione del gioco. Ad aiutarlo, la mezzala destra Walacek che arretra sistematicamente il suo raggio d’azione. L’altro interno, “Trello” Abegglen è l’elemento tecnicamente più dotato e dunque a lui viene affidato il compito di rifinitura.

In prima linea le due ali erano il guizzante Amadò e il coriaceo Aebi, il centravanti, Bickel. Il modulo prevedeva dunque quattro uomini (i tre davanti più Abegglen) dediti alla fase offensiva, e ben sei giocatori a quella difensiva. Una correzione rispetto al Metodo classico che invece assegnava un numero uguale di uomini alle due linee: cinque per la difesa e cinque per l’attacco. Con questo modulo di impronta difensiva, la Svizzera sorprende nel primo turno del Mondiale francese la Germania, ritenuta alla vigilia una delle nazionali favorite dopo l’ “Anschluss” con l’Austria che aveva permesso di fondere il blocco teutonico con i resti del meraviglioso Wunderteam austriaco dei primi Anni ’30. La squadra di Rappan, dopo ripetizione, vince 4-2 ma si arrende al turno successivo di fronte all’Ungheria, poi sconfitta in finale dall’Italia.

2. Il secondo progenitore del catenaccio ha una visibilità internazionale decisamente maggiore, se è vero che serve alla squadra che lo utilizza per conquistare l’alloro mondiale. Parliamo dell’Uruguay del Mondiale ’50. Il giovane ct Juan Lopez dispone la squadra secondo il Metodo, all’interno di una competizione dove si preferisce la disposizione sistemista.

Nulla muta rispetto allo schieramento concepito da Rappan, se non in una superiore qualità individuale: davanti al portiere Maspoli, il terzino destro Gonzalez era “libero” da compiti di marcatura, pronto a chiudere le falle là dove si aprivano; l’altro terzino, il mancino Tejera, è schierato davanti a lui con l’obiettivo di tenere d’occhio il centravanti; ai lati i mediani Gambetta e Andrade, nipote del celebre José già campione del Mondo al Mondiale ’30, sulle ali. Centromediano è il leggendario capitano Obdulio Varela, nerbo dell’intera manovra sia in fase di contenimento che di rilancio, e il cui debordante carisma è la miccia che all’atto conclusivo permette all’Uruguay di azionare la freccia del sorpasso sul tronfio Brasile. La mezzala destra Perez funge in pratica da supporto all’azione pulsante di Varela.

Da interno sinistro opera invece la vera stella della squadra, Juan Alberto “Pepe” Schiaffino, una delle più rilevanti figure calcistiche del XX secolo, la cui insuperata intelligenza tattica si accompagna a uno spiccato senso del comando e a un innato fiuto del gol, figlio degli anni giovanili quando “Pepe” giostrava da centravanti puro. In prima linea, a destra le funamboliche serpentine di Ghiggia, a sinistra Vidal (Moran in finale) e in mezzo il possente Miguez.

Un modulo di vocazione difensiva e che in questo senso sfrutta anche la mentalità sparangina e pragmatica degli uruguyani. E che consente di arpionare il titolo contro ogni pronostico. Il Mondiale ’50 è assegnato con una formula anomala e mai più riptetuta: non una finale, bensì un girone a quattro a cui si qualificano Brasile, Spagna, Svezia e Uruguay. All’ultima decisiva partita i brasiliani si presentano con il pieno di vittorie, mentre Varela e compagni avevano dovuto cedere un punto agli spagnoli ed erano sotto agli avversari di una lunghezza: sarebbe bastato anche un pareggio al Brasile per diventare campione del Mondo. Giornali, tifosi, esperti sono convinti che la squadra non tradirà. I verde-oro, sicuri della vittoria, sospinti dal tifo del Maracanà, fortificati nell’orgoglio da una mentalità ostinatamente offensiva e da grappoli di reti distribuite come caramelle ai bambini golosi lungo tutto l’arco del torneo, partono all’attacco.

Vanno in gol con Friaca all’inizio del secondo tempo, continuano ad attaccare in modo scriteriato ma l’Uurguay, guidato da Varela, non si scompone. E quando i verde-oro cominciano a sentire la fatica, il contropiede architettato dalla squadra di Juan Lopez si abbatte come una scure sulla povera difesa di casa. Schiaffino trova il pari con un geniale colpo di prima intenzione, Ghiggia a una manciata di minuti dal termine infila Barbosa per il gol che vale il più incredibile dei trionfi. E che getta nello sconforto un Paese intero: 39 suicidi sono contabilizzati quel giorno al Maracanà più altre decine e decine di feriti.

I giornali del giorno dopo titolano “Mas plus”, Mai più. Nella finale mondiale più sconvolgente e tragica che il calcio ricordi, un peso rilevante è rivestito dal modulo attento e poco dispendioso usato dagli uruguayani. La personalità di Varela e il talento di Schiaffino e Ghiggia fanno il resto.


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5. IL CATENACCIO

Se il Metodo serve per dividere una squadra in due reparti (difesa e attacco, unite dalla figura cardine del centromediano) e il Sistema serve per crearne un terzo, di matrice dominante (il centrocampo, imperniato sul quadrilatero centrale), il Catenaccio nasce per dare maggiore equilibrio rispetto all’idea originaria e offensiva del Sistema, formandosi intorno al “libero”. Ruolo che si rivela talmente importante per la nascita del modulo che finisce con il creare un legame inscindibile tra i due termini: se giochi con il libero si pensa conseguentemente che stai applicando il Catenaccio. Ruolo che diventa di fondamentale importanza anche sul campo: una grande squadra che applica il catenaccio non può mai prescindere da un grande libero, dotato di proprietà tecniche e caratteriali fuori dal comune, e capace di dominare non soltanto il reparto arretrato ma l’intera manovra. Pensiamo in Italia all’Inter di Herrera con Picchi o alla Juventus di Trapattoni con Scirea.

Il Catenaccio nella sua versione originaria prevede davanti al portiere, appunto il libero staccato e senza compiti di marcatura; i due terzini sulle ali e il vecchio terzino metodista riciclatosi in veste di stopper, in marcatura sul centravanti avversario. A centrocampo operano un mediano e due interni, uno più avanzato in veste di regista d’attacco e l’altro di raccordo. Per rendere maggiormente equilibrato e omogeneo il gioco, si tende però a far retrocede sulla linea dei centrocampisti uno dei tre attaccanti: nasce così la figura dell’ala tornante, dedita a compiti di rientro più che di mera offesa. La prima linea finisce così per essere composta da due soli uomini, il centravanti e l’altra ala, in pratica una seconda punta di appoggio.

Con il tempo, il Catenaccio va incontro ad alcuni cambiamenti tattici: in difesa, si recupera la lezione del terzino sistemista di spinta e si chiede ad uno dei due terzini marcatori (solitamente il sinistro per bilanciare il rientro a centrocampo dell’ala tornante che di norma è quella destra) di agire lungo tutta la fascia di competenza e non limitarsi unicamente a compiti di natura difensiva. A centrocampo, poi, la mezzala di raccordo (generalmente quella destra, con il numero 8) finisce con il diventare un secondo mediano accanto al mediano centrale vero e proprio.

La tattica del Catenaccio nasce per proteggere meglio la difesa, ma non per questo è insensibile alle istanze dell’attacco. La sua cattiva fama è dovuta a un’analisi superficiale e conformista piuttosto che alla realtà dei fatti. Lo dimostrano alcune tra le più famose squadre che impiegarono questo modulo, pensiamo in Italia alla Inter di HH o alla Juve del Trap, capaci di offrire pregevoli spettacoli. O all’estero, seppur con qualche variazione legata alle diverse caratteristiche morfologiche, fisiche e atletiche dei giocatori e del popolo, il Bayern e la Germania di Beckenbauer e Muller regine del calcio europeo degli Anni ’70.

La verità di base è che nessun modulo porta automaticamente al bel gioco o allo spettacolo. Il vero spettacolo dipende dalla qualità dei giocatori che si hanno a disposizione: se una squadra può contare su grandi giocatori, troverà presto o tardi uno splendido gioco d’insieme, indipendentemente dal modulo utilizzato.

LE REGINE ITALIANE DEL CATENACCIO

L’Inter di Foni

Il Mezzo Sistema viene scelto soprattutto, come visto, da squadre provinciali che non possono competere a livello di qualità individuale e offensiva con gli squadroni e cercano di salvare l’onore delle armi con l’utilizzo di una tattica conservatrice. La vittoria dell’Uruguay al Mondiale ’50 testimonia tuttavia che il modulo può essere utilizzato anche dalle formazioni migliori per i traguardi più prestigiosi. Quando così Alfredo Foni nel ’52-’53 conquista alla guida dell’Inter lo scudetto, il modulo smette di chiamarsi Mezzo Sistema e prende il nome di “Catenaccio” o “Chiavistello”, da una espressione del giornalista Gianni Brera. Ecco come il nuovo allenatore nerazzurro arriva a concepire per la sua Inter il modulo predetto.

In vista della stagione ’52-’53 Foni si trova alle prese con notevoli problemi: la partenza del fantasioso olandese Wilkes per Torino, sostituito dalla società da Mazza, mezzala di spola ma non di grande classe; la forma approssimativa in cui versano le “Grand Etienne” Istvan Nyers, una delle stelle del reparto offensivo e l’ala Armano; una piazza stanca dei continui flop e desiderosa di tornare a vincere quello scudetto che manca dai tempi di Peppin Meazza.

Foni parte con il Sistema, schierando in veste di terzino destro il veloce Grava. Ma il ragazzo è afflitto da una misteriosa malattia e in vista del derby con il Milan, previsto per la settima giornata, sceglie di affidare la maglia n.2 al possente Blason, cambiando totalmente volto alla disposizione tattica. Blason infatti, pur se indossa il numero di maglia proprio di un terzino sistemista, nella Triestina era abituato a giocare davanti al portiere come battitore libero. Se da terzino soffre la rapidità dell’ala, da libero alle spalle del pacchetto dei marcatori può far emergere il proprio spiccato senso della posizione e sfruttare un’invidiabile lancio lungo, capace di aprire il gioco.

Partendo da questa mossa, Foni fa scalare l’ala destra Armano a terzino, in modo da occupare il ruolo lasciato vacante dallo spostamento di Blason. Nasce così la prima ala/tornante del calcio italiano. La mossa è geniale: l’Inter vince il derby e dà vita a una stagione trionfale che culmina con lo scudetto. Il catenaccio nasce anche da esigenze pratiche: i nerazzurri non posseggono lo stesso prodigioso pacchetto offensivo di Juventus e Milan e cercano di sopperire a questa lacuna con una maggior attenzione difensiva.

Ecco quindi come si presenta l’Inter di Foni nel ’52-’53: in porta, “kamikaze” Ghezzi, portiere dai riflessi felini e spericolato nelle uscite (da qui il soprannome); in difesa, Blason è appunto il libero staccato, ruolo da dove comanda la retroguardia e indirizza le ripartenze con aperture a lunga gittata. Giovannini è lo stopper, il vecchio centromediano sistemista deputato a controllare il centravanti avversario. A sinistra, Giacomazzi, terzino sistemista sull’ala con Armano a destra, bravo sia a chiudere sull’ala sinistra come di proiettarsi in avanti. A centrocampo Foni irrobustice la manovra con due mediani, i solidi Neri e Nesti. Davanti a loro il regista Mazza, non molto geniale ma continuo e razionale nell’opera di tessitura dei reparti. I lunghi lanci di Blason e i cross di Armano innescano il micidiale trio d’attacco: il genio svedese Lennart Skoglund, elemento capace di inventare l’impossibile nelle giornate di vena, il furbo e agile Benito “Veleno” Lorenzi e il bomber dai colpi d’artista Nyers, recuperato alla causa e tornato su straordinarie medie realizzative.

Lo scudetto esalta l’ambiente nerazzurro ma la stampa critica ferocemente il catenaccio, bollandolo come non gioco. Le pressioni esterne costringono così Foni nella stagione successive ad abbandonare (almeno nominalmente) il Catenaccio con l’accantonamento di Blason. L’elevato rendimento di Giovannini in difesa, Neri e Nesti a centrocampo e Armano sull’out consentono in ogni caso ai nerazzurri di bissare il tricolore. Passato alla guida della Nazionale nel dicembre ’54, Foni sceglie di abiurare la strada del Catenaccio tornando al Sistema: il fallimento sarà completo e la sua carriera intraprenderà la parabola discendente.

Il Milan di Rocco

Già forgiato nello spirito del Mezzo Sistema a Trieste, Nereo Rocco indovina l’esperimento del catenaccio alla guida del Padova, che riporta in serie A e lo impone tra le grandi del calcio italiano con una serie di risultati prestigiosi (un terzo, un quinto e un sesto posto in pochi anni). Qui Rocco rivitalizza giocatori dati per finiti come Blason e Brighenti e lancia alcuni giovani di sicuro avvenire, quali Sarti, Nicolè e Hamrin.

Arrivato al Milan nel ’61, grazie all’amico Viani di cui condivide le stesse idee tattiche, Rocco replica il catenaccio anche in una grande squadra come i rossoneri. Con risultati fragorosi. In due anni porta il Milan prima sul tetto d’Italia e poi, prima formazione italiana a riuscirci, su quello d’Europa vincendo la Coppa Campioni. Tornato in rossonero per un secondo ciclo, sul finire degli Anni ’60, il “Paròn” centra ancora scudetto e Coppa Campioni, con l’aggiunta della Coppa delle Coppe.

Uomo simbolo e anello di congiunzione dei due strepitosi cicli è l’enfant prodige Gianni Rivera, talento divino, visione del gioco a 360 gradi, classe cristallina. Gli fanno difetto però le doti atletiche e dinamiche, carenze che portano il giornalista Brera a etichettarlo come “abatino” e a feroci battaglie dialettiche tra i suoi estimatori e i suoi detrattori. Il tocco di palla e la bravura in cabina di regia in ogni caso non si discutono. Ed è su queste basi che Rocco può innestare il catenaccio e il contropiede, da sempre arma letale nella tradizione calcistica italica.

Il primo Milan presenta Ghezzi tra i pali, Cesare Maldini libero sui generis in quanto spesso allargato per contribuire alla manovra offensiva quale esterno fluidificante; David e Trebbi ai lati, con Trapattoni stopper arcigno. A centrocampo l’argentino ex Boca Juniors Benitez garantisce fosforo e quantità, mentre la manovra è nei piedi al miele del giovane Rivera e nell’esperienza e intelligenza di Dino Sani, già campione del Mondo con il Brasile. Sull’ala invece agisce Mora, validissimo in fase di ripiegamento. In attacco, Altafini è la principale bocca da fuoco, con il potente ma grezzo Barison di supporto.

Il secondo Milan, maggiormente dotato sotto il profilo tecnico, vede il ragno Cudicini in porta; Anquilletti solido terzino marcatore sul versante destro con “faccia d’angelo” Rosato centrale. Il versatile tedesco Schnellinger nasce terzino sinistro ma sa disimpegnarsi con uguale bravura anche da libero o stopper. Trapattoni (spostato con efficacia in mediana) e Lodetti sono i due mastini che devono proteggere le spalle al genio Rivera. In prima linea, il bravissimo svedese Hamrin a destra, da dove converge per il cross o concludere personalmente a rete; l’ariete Prati in mezzo e il carioca Sormani libero di spaziare dove lo porta l’estro.

La Grande Inter

La Grande Inter, forse la massima espressione del catenaccio italico, è un ricordo che ancora vive nella mente di tutti i tifosi nerazzurri per i trionfi in Coppa Campioni da allora mai più replicati. Il presidente Angelo Moratti, salito al soglio presidenziale nel 1955, ci arriva dopo lunghe e travagliate stagioni, nelle quali spende a destra e a manca ma non riesce mai a trovare la giusta quadratura del cerchio. Fino al 1960, anno della folgorazione per un allenatore argentino che sta spopolando in Spagna alla guida del Barcellona: Helenio Herrera. Lo chiamano “Abla Abla” perché una delle sue caratteristiche è quella di parlare tanto e cercare l’assecondamento costante tra i suoi interlocutori. Ma il soprannome che meglio rispecchia il suo valore sul campo è quello di “Mago”: con il Barça è riuscito ad arrestare il monopolio del Grande Real vincendo due scudetti, e in Coppa Campioni si è fermato a un passo dalla vittoria finale, sconfitto 3-2 dal Benfica.

Quando arriva a Milano, Herrera è ben lontano da quel catenaccio, di cui poi si dirà padre spirituale, con una delle sue solite esternazioni verbali: in Spagna aveva predicato un calcio offensivo e spettacolare, incentrato su assi della pedata quali gli ungheresi Czibor e Kocsis, l’astro nascente Suarez, il factotum ceco-ungherese Kubala. La sua rivoluzione è tangibile fin dagli inizi: preparazione atletica superiore, studiata nei minimi dettagli; corsa continua senza palla, attacco sistematico ai portatori avversari (il pressing, già visto all’opera in Italia in modo costante con il Grande Torino). Nei primi anni, il canovaccio è sempre lo stesso: l’Inter, meglio assemblata degli avversari, parte a mille e fa il vuoto intorno; giunta a marzo però le energie vengono meno e il crollo è repentino.

Consigliato da Brera e Moratti a passare al catenaccio, Herrera si converte, abbinando così al nuovo modulo le proprie idee atletiche. E quando a tutto questo, sposa l’arte di sublimi interpreti, il gioco è fatto e nasce la Grande Inter. Dal 1963 al 1967 il dominio dei nerazzurri è pressoché assoluto: due Coppe Campioni (64 e 65), due scudetti (65 e 66, più quello del 64 perso allo spareggio contro il Bologna), due Intercontinentali (65 e 66).

Davanti al portiere Sarti, maestro del piazzamento, la difesa si avvale dell’esperienza e della qualità del libero livornese Armando Picchi, che dirige l’intero reparto e aziona il micidiale contropiede con battute lunghe. Davanti a lui il trio dei difensori puri: a destra il roccioso Burgnich, terzino marcatore, considerato finito dalla Juventus e riportato ad altissime cifre di rendimento da Herrera; in mezzo lo stopper Guarneri, lungagnone difficile da superare; a sinistra poi, il bergamasco Giacinto Facchetti. Bersagliato dai fischi di San Siro a causa degli impacci palesati nella prima stagione, si riscatta alla grande nelle successive diventando uno dei punti di forza della squadra e il miglior terzino fluidificante del Mondo. Facchetti raccoglie l’eredità dei Maroso e dei Cervato e va oltre: non si limita a coprire sull’ala di competenza e salire per dare manforte in fase d’attacco, ma si avventura anche nell’area avversaria diventando una pericolossima macchina da gol. La difesa è fortissima, una vera e propria Maginot ed è su questa fortezza che l’Inter può costruire la propria strepitosa forza d’urto.

A centrocampo, Bedin o Tagnin è il classico mediano sette polmoni, mentre in cabina di regia agisce il più grande, lo spagnolo Luis Suarez. Fatto arrivare apposta da Herrera che ne aveva fatto uno dei cardini del suo Barcellona, il regista iberico, fresco di titolo europeo e Pallone d’Oro, si trasforma da mezzala d’attacco a regista classico, prendendo in mano le operazioni e diventando il cervello della squadra. Proverbiali i suoi lanci di 40-50 metri capaci di capovolgere il fronte del gioco, Suarez spende energia anche in prodigiosi recuperi difensivi, fornendo un’indispensabile mano sotto il profilo atletico e dinamico. A sinistra, impazza Mariolino Corso, artista indolente, capace di tutto nel bene come nel male. L’attacco ruota attorno alla figura del centravanti Milani, boa che apre spazi per la rapidità e la tecnica di Sandrino Mazzola, figlio della gloria Valentino e lanciato titolare nella stagione ’62-’63. Dall’ala parte invece il brasiliano Jair, dalle irresistibili finte.

Un complesso fantastico, basato sui lanci di Picchi e Suarez e in grado in fase di possesso palla di sviluppare un gioco spettacolare e offensivo, con quattro, cinque uomini perennemente proiettati a far male. Il modo migliore per respingere le superficiali e ottuse accuse di chi considera il catenaccio un sistema di gioco insensibile alle istanze dell’attacco. Qui sta anche la grandezza di Herrera: piegare l’esigenza del modulo ai solisti di cui dispone, in modo da rendere l’Inter una creatura flessibile e capace di ripiegare e distendersi con eguale naturalezza.

Il mito di squadra inattaccabile si infrange malinconicamente nel giro di un paio di settimane al termine della stagione ’66-’67: il 25 maggio arriva l’incredibile sconfitta in finale di Coppa Campioni contro il Celtic Glasgow, partita dove tutti i pronostici erano naturalmente pro Inter; una settimana dopo, un nuovo stop tra lo stupore generale (1-2 a Mantova, con papera di Sarti) che consegna lo scudetto alla più debole Juventus. E infine, il ko in semifinale di Coppa Italia, sul campo del Padova, squadra di serie B. Tre botte tremende per il morale e l’ossatura del progetto che cade a pezzi. Un anno dopo Angelo Moratti lascia la presidenza, seguito a stretto giro di posta da Herrera. Ancora oggi, a distanza di 40 anni, i tifosi nerazzurri sono in cerca di una squadra che possa renderli orgogliosi e primi nel Mondo, come fece la Grande Inter.

La Juventus di Trapattoni

Nel corso degli anni il catenaccio resta un modulo particolarmente utilizzato, soprattutto in Italia, visto che si sposa alle perfezione con le caratteristiche storiche, genetiche e morfologiche del nostro popolo. Tra le grandi squadre, ci pensa la Juventus di Trapattoni a raccogliere l’eredità della Grande Inter. L’allenatore di Cusano Milanino è un allievo di Nereo Rocco, dunque è fedele alle componenti della cultura italica: marcatura a uomo, libero, mentalità pragmatica volta al risultato.

Dopo una breve esperienza alla guida del Milan, il Trap arriva a Torino nella stagione ’75-’76, centrando subito il secondo posto in campionato alle spalle dei cugini granata. Dalla stagione seguente, incomincia il suo decennale dominio in bianconero, che lo porta a vincere tutto: sei scudetti, due Coppe Italia, una Coppa Campioni, una Supercoppa Europea, una Intercontinentale, una Coppa Coppe e una Coppa Uefa. Torna alla Juve nel ’91-’92, dopo aver fatto incetta di nuovi successi con l’Inter, ma sarà un’esperienza molto meno esaltante, con la conquista solo della Coppa Uefa del ’93. Quando si parla della grande Juventus di Trapattoni, ci si riferisce al primo strepitoso ciclo. Che raggiunge il suo apogeo nella prima metà degli Anni ’80, quando la società affida nelle mani del tecnico un vero e proprio “dream team” abbinando alla qualità degli assi italiani, reduci dal trionfo al Mondiale di Spagna, alcune stelle straniere di assoluto valore.

La Juve del Trap nel suo periodo aureo è una squadra solida, quadrata, che nasce e si sviluppa intorno allo schieramento del catenaccio classico, ma (come la Grande Inter) non disdegna affatto la manovra offensiva, esaltata dalla classe cristallina di fantastici solisti. Davanti al monumento Zoff, portiere dallo stile sobrio e difficilmente soggetto al vento contrario delle giornate storte, la difesa si avvale del supporto del libero Gaetano Scirea, a mio parere il miglior difensore nella storia del calcio italiano: un signore in campo e fuori, la classe permeata dalla correttezza, un condottiero che si dimostra tale usando la comunicazione non verbale, solo con gesti o sguardi; dotatissimo sul piano dinamico, capace di giocare con uguale bravura da mediano o marcatore, e salire con imperiose avanzate a tutto campo. Davanti a Scirea, Gentile è il terzino destro marcatore, solido e grintoso; Brio è lo stopper classico mentre a sinistra scorazza lungo l’intero out Cabrini, elemento di tecnica e dinamismo raffinatissimi.

A centrocampo, Bonini è il mediano tutto fosforo, Tardelli un centrocampista universale all’olandese e Boniek un altro elemento atipico, mezzala di spola e incursore letale quando può sprigionare il suo tremendo atletismo. Il tutto è sublimato dalla regia del divino Platini, regista, rifinitore e goleador, mezzala che segna un’epoca, con la classe e il talento stampato nei cromosomi. Prima il declinante Bettega, poi i preziosi Vignola e Briaschi danno un prezioso aiuto sulla prima linea, dove al centro furoreggia il micidiale killer d’area Paolo Rossi.

Con questi uomini la Juve ribadisce il proprio dominio in Italia (scudetti nell’84 e nell’86) e lo estende in modo preponderante sul suolo europeo (Coppa Coppe ’84, Coppa Campioni ’85 più la sorprendente sconfitta nella finale ’83 contro l’Amburgo, Supercoppa Europea e Intercontinentale).


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6. LA DIAGONAL

Il “Chapman System” rivoluziona dunque il modo di giocare nel vecchio continente ma attecchisce pochissimo in Sud America, dove si resta fedeli al Metodo, modulo che meglio si sposa con le caratteristiche del calcio latino. Ma nel corso degli Anni ’40 anche il Sud America dà vita alla propria rivoluzione tattica con la “Diagonal” così detta per via dell’asse formato dai due interni e dal centravanti, intorno al quale si basa l’intera manovra della squadra. Le radici del modulo si trovano in Brasile ma in breve tempo si propaga a macchia d’olio in tutto il continente: il River Plate che nel 1949 all’indomani della Tragedia di Superga disputa un’amichevole commemorativa contro la squadra del Torino simbolo, in memoria dei ragazzi granata, stupisce non solo per la qualità assoluta dei suoi assi ma anche per il modulo “Diagonal” che gli europei vedono all’opera per la prima volta. Lo stesso Brasile allo sfortunato Mondiale del ’50 applica la Diagonal.

Le novità del modulo sono evidenti fin dalla difesa, che è una commistione tra il Metodo e il Sistema: il terzino destro è solito marcare l’ala avversaria (Sistema), il terzino sinistro si accentra per giocare sul centravanti avversario; sull’out mancino si sposta il mediano sinistro che segue l’ala destra (Metodo); il mediano destro si francobolla all’interno sinistro (Sistema), il centromediano sale a fianco del mediano destro, occupando di fatto la posizione ed eretidando i compiti del mediano sinistro. In pratica, il settore destro (terzino-mediano) rimane invariato rispetto al Sistema. I soli cambiamenti si verificano nel versante mancino, con il centromediano, il mediano sinistro e il terzino sinistro che ruotano di una posizione in senso anti-orario. In Argentina avviene invece l’opposto: il versante sinistro resta fermo e segue i ruoli della disposizione sistemista, e a ruotare è il settore di destra.

La struttura dell’attacco, che dà origine al nome del modulo, non prevede cambiamenti tra le due scuole: le ali sono fisse nella loro posizione originaria anche se devono maggiormente preoccuparsi della fase difensiva; in mezzo, l’interno sinistro si inserisce, alle spalle del centravanti che arretra e prende il nome di “punta de lanza” (cioè attaccante di lancio), per occupare la posizione più avanzata dello scacchiere tattico, in modo da fungere come ultimo tassello di un asse che parte dall’interno destro e passa per il centravanti, e che, come detto, genera il nome “Diagonal”.

Il Brasile ‘50

Il Brasile che si avvicina al Mondiale di casa del ’50 ha un solo scopo possibile: la vittoria finale. Qualsiasi altro risultato è emblema di fallimento. Nessuno nel Paese osa mettere in discussione la certezza del trionfo, già fin dalla vigilia. Per l’occasione, viene costruito e inaugurato a tempo di record lo stadio Maracanà di Rio, il più grande del Mondo con i suoi 200.000 posti, che sarà il teatro dell’atto conclusivo. Il Mondiale per la prima e unica volta non si decide in base a una finale secca ma in un girone all’italiana di quattro squadre: chi fa più punti, è campione del Mondo. Le certezze dei tifosi non sono campate in area: i verde-oro sono una Nazionale fortissima, altamente spettacolare e offensiva.

Il 4-2-4, modulo che sta spopolando nel continente sudamericano, si presta come il vestito ideale per esaltare appieno la qualità di impareggiabili solisti. In difesa, davanti all’ottimo portiere (poi ingiustamente perseguitato dopo la sconfitta con l’Uruguay) Moacir Barbosa, il terzino destro Augusto (n.2) marca l’ala avversaria, il terzino sinistro Juvenal (n.3) opera da centromediano sistemista e controlla il centravanti; il mediano sinistro Bigode (n.6) tiene d’occhio l’ala destra, mentre in mezzo agiscono il mediano destro Bauer (n.4) che si occupa della mezzala avversaria surrogando i compiti del mediano sistemista, e Danilo (n.5) che gioca da centromediano metodista: marcatura più rilancio del gioco.

La vera forza esplosiva è nell’attacco: a destra il funambolico Friaça, rapidissimo e capace di rientrare per dar manforte al centrocampo in fase di filtro, a sinistra con mansioni analoghe Chico. Nel cuore della prima linea, da destra a sinistra, ecco la “Diagonal”, identica nella pratica a quella proposta dalla Grande Ungheria. Zizinho alla Bozsik quale vertice arretrato, Ademir alla Hidegkuti, e Jair alla Puskas in veste di terminale avanzato.

Parliamo dei tre giocatori più forti della squadra: Zizinho è uno dei più grandi calciatori brasiliani di ogni tempo, mezzala insuperabile sul piano tecnico e stilistico, in grado di rifinire e concludere il gioco con la stessa naturalezza. Leader per vocazione e cromosomi, rappresenta il degnissimo precursore di Pelé nei fondamentali, nel ruolo e nel talento. Ademir è la “punta di lancia”, il n.9 arretrato dai movimenti felini e imprevedibili ma puntualissimo in zona gol, tanto da risultare il capo-cannoniere del torneo con 9 reti. L’altra mezzala Jair parte alle spalle del centravanti e si inserisce per sfruttare le proprie doti di superbo stoccatore e incredibile palleggiatore.

La “Diagonal” è l’attrazione della manifestazione, quando i tre campionissimi danzano a pieni giri è un piacere per gli occhi. Il Brasile segna la bellezza di 21 reti in 5 partite, prima di finire impantanato al momento decisivo nei propri eccessi di sicurezza e cadere vittima nella trappola di marca difensiva degli uruguayani.

Il River Plate della “Maquina”

Come detto, il modulo a “Diagonal” si diffonde a macchia d’olio in tutto il Sud America. Le uniche variazioni riguardano il settore difensivo, come capita ad esempio in Argentina, dove è il settore destro (terzino e mediano) a ruotare con il centromediano e non quello mancino. Nel Paese delle Pampas nel corso degli Anni ’40 si forma una squadra dal potenziale offensivo leggendario, senza rivali forse nella storia, come somma di talento e bravura. È il River Plate che passa agli annali come “Maquina” perché l’attacco quando si mette in moto, sembra una macchina senza punti deboli, talmente perfetta da sembrare sovrumana.

La difesa è di normale livello (il portiere Yacomo, i terzini Vaghi e Ramos, il centromediano Ferreyra e il mediano sinistro Barrios), il contrario di una prima linea devastante. A destra staziona l’eclettico Munoz; a sinistra“Chaplin” Loustau, dotato di finte ubriacanti e un dribbling mortifero. In mezzo, la “Diagonal”, copia di quella ungherese e brasiliana, da destra a sinistra: il vertice arretrato è “El Charro” Moreno. Leader, riferimento tattico, provvisto di un bagaglio tecnico pressoché sconfinato, è ritenuto il più forte giocatore argentino dopo Di Stefano e Maradona. Il centravanti arretrato è Pedernera, detto “El Maestro”, goleador di rara efficacia, elegantissimo nei movimenti quanto dotatissimo sul piano intellettivo e della velocità senza palla. La mezzala sinistra che chiude la “Diagonal” è “El Feo” Miguel Angel Labruna, un’altra icona leggendaria del calcio albiceleste.

La versatilità e la completezza tecnica permettono ai cinque movimenti e scambi continui, una sorta di “attacco totale” senza ruoli fissi che sconvolge gli avversari e regala grappoli di reti e spettacolo. I risultati sono fantastici: quattro titoli argentini (1941, 42, 45 e 47) e la Coppa America del ’47, di cui la Maquina (nel frattempo al posto di Pedernera, è spuntato il ventenne funambolo Di Stefano) costituisce l’ossatura. Lo sciopero e la crisi economica disperdono quella meravigliosa macchina di calcio dall’attacco atomico.

IL SUD AMERICA RISPOLVERA LA DIFESA A ZONA

Sempre nel corso degli Anni ’40 in Sud America prende origine la difesa a zona tout-court. Non è una novità assoluta. Nel Metodo i difensori non si muovevano seguendo i movimenti del diretto avversario ma rimanevano fermi ad aspettare il giocatore che si presentava nella propria zona di competenza, con la protezione costante dei terzini d’area alle spalle. Le marcature a uomo vengono poi esaltate nel Sistema, con una serie di duelli individuali.

In un calcio come quello sudamericano, molto meno protesto per mentalità all’attenzione difensiva, le marcature individuali che invece vanno curate con certosina precisione attecchiscono molto poco (come d’altra parte lo stesso Sistema). Si preferisce privilegiare una difesa a zona e ogni giocatore della terza linea ha così una sua fetta di campo da presidiare, indipendentemente dagli avversari che vi si avventurano. La difesa a zona trova poi il suo boom con l’avvento dei moduli che presentano una difesa a quattro in linea, 4-2-4, 4-4-2 e 4-3-3 e che ora andiamo ad analizzare.


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7. IL 4-2-4

La rivoluzione si nota già dal nome: il modulo non è più espresso in un sostantivo ma nella sintesi numerica degli uomini che lo compongono, madre di tutte le formule usate oggi nel calcio moderno. L’idea fu mutuata dal basket statunitense che nel 1954 trasmesse a quello italiano l’abitudine di sintetizzare in una formula numerica la tattica di gioco. Di qui, il passaggio al calcio. Ecco come:

Mentre l’Italia passa oltre la lezione sistemista per abbracciare il Catenaccio, in Sud America il calcio si sviluppa seguendo differenti coordinate tattiche. Al Mondiale del 1950 abbiamo visto come il Brasile si presenti con il modulo “Diagonal”. Schieramento reso efficace dalla presenza di Ademir, centravanti dalle immense qualità, che aveva dato vita alla “punta de lanza”: arretrando di qualche metro, favoriva l’inserimento di una delle due mezzali e poi lo lanciava verso la porta.

La nuova tattica, come ammirato anche al Campionato del Mondo, finisce con il creare un buco alle spalle del centromediano, salito in marcatura sul centravanti, e dunque le reti fioccano. Essendo che in Sud America non si è scelto di puntare sulla marcatura individuale, come già analizzato prima, ma su una a zona, la soluzione non è l’utilizzo di un libero staccato capace di chiudere in seconda battuta come successo in Europa. Ma lo spostamento in difesa di un secondo difensore centrale in linea con il centromediano e in grado di garantire una marcatura a zona e non ad personam.

La mossa è messa in pratica da Martim Francisco, allenatore brasiliano del Vilanova, squadra della provincia di Mineiro. Lo schieramento di riferimento è la “Diagonal”. Dalla difesa, schierata secondo disposizione sistemista, Francisco arretra il mediano destro e lo trasforma nel secondo difensore centrale cui prima accennavo. In questo modo, crea la difesa a quattro in linea, la prima della storia e in grado di marcare a zona. A questo punto però il mediano sinistro rischia di rimanere in balìa di se stesso e degli avversari. Francisco sposta così la mezzala destra arretrata al suo fianco. Nasce il 4-2-4 che viene subito sfruttato in modo massiccio in tutto il Brasile per ovviare alle disfunzioni difensive della “Diagonal”. Tanto da venire poi impiegato da Vicente Feola, ct della Nazionale in occasione dei vittoriosi Mondiali del ‘58. Un modulo studiato per meglio proteggere la difesa, ma in modo molto più velato di come avvenuto da noi. Una specie di “via sudamericana” al catenaccio.

Il Brasile ‘58

Le nefaste e brucianti esperienze dei Mondiali ’38 e ’50, quando il Brasile aveva il potenziale tecnico per vincere ma si incagliò nello scoglio della propria superbia e del proprio scriteriato offensivismo tout-court, consigliano sul finire degli Anni ’50 a una revisione dell’assetto tattico e della mentalità. Il nuovo ct Vicente Feola, di origini italiane, capisce che per vincere un Mondiale non basta attaccare e basta ma occorre anche sapersi difendere.

Abbandona così il modulo a “Diagonal” che esponeva la retroguardia a eccessivi rischi e sceglie di intraprendere la strada del 4-2-4 di Martim Francisco, con uno stopper in più e un centrocampista in più. Quindi opera una profonda selezione dei giocatori che dovranno vestire la casacca della nazionale, attraverso un rigoroso e scientifico screaming del territorio brasiliano. Feola raggiunge così la quasi totale certezza di poter disporre dei migliori talenti del Paese. La concretezza e una maggior attenzione tattica unita all’impareggiabile qualità individuale sono il mix che consente da qui in avanti al Brasile di sbriciolare qualsiasi resistenza e mettere in fila 6 titoli mondiali in 13 edizioni. Un record difficilmente avvicinabile.

In occasione del campionato del Mondo del ’58 in Svezia, Feola può contare così su un organico altamente spettcolare. In porta, Gilmar, uno dei pochissim portieri brasiliani di grande caratura. La difesa vede a destra De Sordi (in finale il più tecnico Djalma Santos) e a sinistra il miglior fluidificante possibile, quel Nilton Santos che per la sua proprietà di palleggio e le sue doti tecniche incredibili è definito “A Enciclopedia”. In mezzo, i centrali Bellini e Orlando in marcatura a zona. A centrocampo, il mediano Zito spende energie a fianco dell’asso Didì, regista di magistero infinito, proprietario di un particolaro tiro “A folha secco” e di lanci calibrati con l’esterno del piede, capaci di mettere in crisi qualsiasi meccanismo difensivo.

L’attacco è spettacoloso: Mané Garrincha, che ha rubato il posto a Joel, si dimostra la miglior ala destra del pianeta, potendo contare su un’unica ma irresistibile finta che gli consente di superare sempre l’avversario di turno e pennellare al centro morbidi cross. In altre versioni, come in occasione del Mondiale ’62, Garrincha sfruttando un bagaglio tecnico senza pari è in grado di accentrarsi, travestendo i panni di una mezzala e proiettandosi nel cuore dell’area per concludere di persona. A sinistra, una delle chiavi del successo verdeoro, il futuro ct Zagalo, ala tornante che garantisce equilibrio a tutto il gioco, con i suoi preziosissimi arretramenti. In mezzo, il poderoso e grezzo Vavà, che ha rubato il posto ad Altafini, fa da trampolino di lancio per le invenzioni del 18enne furetto Pelé, la Perla Nera che comincia a incantare il Mondo grazie a un talento e un’armonia di gioco inarrivabili. Una sintesi mirabile di campionissimi, orchestrati da Didì e assemblati in un modulo tattico più coperto ed equilibrato. Un coktail esplosivo, a cui nessuna squadra è in grado di resistere.

IL 4-3-3

Il trionfo del Mondiale ’58 favorisce la diffusione del 4-2-4 in tutto il Mondo e fortifica le convinzioni dei brasiliani sulla bontà del modulo. In vista del Mondiale ’62 in Cile, i verdeoro scelgono di continuare sulla medesima strada, ma il neo allenatore Moreira si accorge ben presto di un problema: in quei quattro anni l’ossatura della nazionale è rimasta praticamente la stessa del trionfo svedese, a parte i due centrali difensivi (Mauro e Zozimo avevano preso il posto di Bellini e Orlando). La squadra presenta così un’età media molto elevata. Il 4-2-4 presuppone un dispendio di energie eccessivo. Il secondo fattore che convince definitivamente Moreira a una revisione tattica è l’infortunio capitato a Pelé, stella della squadra. Il tecnico rompe così gli indugi e si cautela nel seguente modo. A sinistra, dalla linea degli attaccanti fa scalare Zagallo a centrocampo, con il compito di dare più protezione al 37enne terzino Nilton Santos. E’ il 4-3-3, con una specie di diagonal offensiva che parte dalla fascia mancina della difesa con Nilton Santos e si snoda, attraverso i tre centrocampisi Zagallo, Didì e Zito, fino all’ala destra Manè Garrincha, protagonista indiscusso del successo in quel Mondiale.

IL 4-4-2

Inghilterra. I maestri del calcio moderno sono caduti in una crisi profonda. Spogliati della loro spocchiosa e presunta superiorità dopo la doppia ripassata subita dagli ungheresi a domicilio e nella “rivincita” di Budapest, e dopo le ripetute e vergognose eliminazioni ai Mondiali, vivono di ricordi del tempo che fu. Dal grandioso Arsenal di Chapman, il loro contributo innovativo si è spento, tant’è che continuano a utilizzare il Sistema, modulo oramai superato da anni. La tragedia aerea del Manchester nel 1958 dà un’ulteriore terrificante mazzata, falcidiando l’intero serbatoio della Nazionale.

In questo quadro desolante, nel 1962 all’indomani del nuovo fiasco mondiale, la Federazione decide di dare il ben servito al ct Winterbottom e chiama in panchina il giovane e rampante Alf Ramsey. Il nuovo allenatore decide di cambiare totalmente le carte in tavola. La rinascita inglese pare molto simile alla “rivoluzione” che Feola aveva messa in atto in Brasile una decina di anni prima. Anche Ramsey organizza una rete meticolosa e certosina di osservatori, che hanno il compito di setacciare l’intera isola alla ricerca dei migliori talenti. E anche Ramsey capisce che per vincere nel calcio non basta attaccare, ma occorre pure difendersi con costanza e attenzione. Il tecnico mette definitivamente in soffitta il Sistema e studia con attenzione il 4-2-4, il nuovo verbo che arriva dal Sud America, e il catenaccio, che ha permesso all’Italia di trovare una propria identità e uscire dal cono d’ombra del dopo Superga. La stampa inglese non vede di buon occhio le intenzioni del tecnico, determinato a sacrificare un uomo in avanti per irrobustire di più la difesa.

Ramsey però ha attributi e furbizia sufficienti per proseguire lungo la sua strada. E ha la fortuna di trovare un campione come Bobby Moore, in grado di disimpegnarsi con classe ed efficacia sia da centrale difensivo sia da regista davanti alla retroguardia. Si giunge così al compromesso che consente agli inglesi di abiurare il Sistema e sposare il 4-2-4: Moore, che teoricamente viene sottratto al centrocampo, avvia il proprio raggio d’azione dalla difesa ma poi sale per continuare a lavorare fattivamente con i compagni della seconda linea. Presto però Ramsey si accorge che con il nuovo schieramento rischia di limitare il genio del regista Bobby Charlton, cervello e cuore pulsante dell’intera manovra. A sinistra, in luogo dell’ala, immette così il mediano Peters, trasformando il modulo in un 4-3-3 similare al Brasile ’62.

Il vestito sembra pronto per presentarsi alla ribalta del Mondiale casalingo, ma Ramsey decide di liberare ulteriormente l’orizzonte offensivo a Charlton: ordina all’ala destra Ball di surrogare i compiti di Peters sull’altro out, passando dunque dalla prima alla seconda linea. E’ la nascita di un nuovo modulo, a cui Ramsey è arrivato quasi per caso, per necessità più che per vocazione: il 4-4-2. Il padre di tutti gli schieramenti, il bilanciatore degli equilibri tattici, il sistema di gioco che più viene usato e abusato anche in era contemporanea.

LE REGINE INGLESI DEL 4-4-2

Il 4-4-2 si diffonde a macchia d’olio soprattutto in Inghilterra, dove diventa il vestito tattico ideale per alcune delle più forti squadre degli ultimi decenni.

1. La prima è come già visto l’Inghilterra che sbanca al Mondiale di casa, nonostante il non gol di Hurst decisivo per battere i tedeschi in finale. Nella nazionale di Ramsey, in porta c’è Gordon Banks, uno dei massimi interpreti di ogni tempo, capace di interventi al limite del sensazionale e che vanta con i leoni un record difficilmente migliorabile: 7 rigori parati consecutivamente. In difesa, i terzini Cohen e Wilson, pur se non dotatissimi sul piano stilistico, garantiscono corsa e dinamismo. In mezzo, al fianco della giraffa Jack Charlton che agisce da puro stopper, la classe cristallina di Bobby Moore, talmente completo che comanda la retroguardia con autorità e poi sale sulla linea mediana in caso di bisogno. A centrocampo, il mastino Stiles è il mediano, con ai lati le ali tornanti Ball e Peters. In cabina di regia, Bobby Charlton, ex attaccante trasformato in mezzala a tutto campo, capace di chiudere, organizzare il gioco, rifinirlo e concludere con rasoiate precise dal limite o inserimenti sotto porta. L’attacco consta di due “torri” tipiche del gioco inglese, Hunt e Hurst, che soffia il posto a Greaves e diventa protagonista della finale contro i tedeschi con la famosa tripletta molto discussa.

2. Sull’onda lunga del successo inglese, il manager Matt Busby ricostruisce il Manchester United dalle ceneri della tragedia aerea del ’58 utilizzando un 4-4-2 flessibile, per venire incontro alla fantasia e all’imprevedibilità di stelle quali il nord-irlandese Best e lo scozzese Law. Sul finire degli Anni ’60, i Red Devils tornano a primeggiare ad alto livello, centrando due titoli inglesi (’65 e ’67) e la Coppa Campioni del ’68 dopo una tiratissima e appassionante finale contro il Benfica di Eusebio, conclusa solo ai supplementari sul 4-1 per lo United.

In quella formazione, davanti al portiere Stepney, la linea difensiva si avvale dell’esperienza e della solidità di due mastini quali Foulkes e Stiles, con Brennan e Dunne ai lati. A centrocampo, metronomo del gioco è Bobby Charlton, con Sadler e Crerand di appoggio e Denis Law a inventare a tutto campo per le piroette offensive di Best e gli sfonamenti di Kidd. Ma come dicevamo prima, l’intelligenza di Busby sta nell’assecondare il talento dei suoi giocatori e costruire su di loro il modulo adatto a seconda delle situazion, invece che imprigionare l’estro in schemi preconfezionati. Altri elementi come il difensore Burns, l’attaccante Aston, l’interno Fitzpatrick contribuiscono all’epopea della squadra

3. Gli Anni ’70 segnano un grande cambiamento nel calcio: la rivoluzione olandese ha lasciato in eredità un calcio atletico, fisico, ricco di dinamismo, in cui il collettivo deve avere la preminenza sulle giocate del singolo interprete. Tale resta il credo fino a quando nel Mondiale ’86 un uomo riesce praticamente da solo a portare la sua Nazionale al titolo, riportando l’individuo al centro. Sul finire degli Anni ’70 nascono così squadre che puntano molto sull’atletismo e il collettivismo, concedendo poco spazio al talento del singolo. In modo particolare, salgono alla ribalta le squadre del Nord Europa che per costituzione fisica e genetica meglio si adattano a questo tipo di calcio.

Una di queste è il Liverpool. Il club viene forgiato nelle fondamenta dallo scozzese Bill Shankly, manager dal ’59 al ’74. Al suo ritiro, i Reds vantano una struttura all’avanguardia delle migliori società del Paese e nel giro di pochissimi anni scalano le vette del calcio europeo e mondiale. Il nuovo allenatore porta il club a numerosi titoli inglesi e a ben 3 vittorie in Coppa Campioni nel giro di 5 anni. Il quarto successo, a firma di Fagan, arriva nell’84, il quinto è storia recente, con la pazzesca rimonta confezionata nel 2005 ai danni del Milan. Il Liverpool di Paisley applica un 4-4-2 molto scolastico e razionale, senza troppi fronzoli ma con tanta sostanza. Poche le stelle, tanti i buoni giocatori, dai terzini Neal e Hansen al centrale Thompson, fino ai centrocampisti Kennedy, Mc Dermott e Souness. I più dotati tecnicamente sono il jolly offensivo Kevin Keegan, arrivato nel ’71 da sconosciuto e rivenduto all’Amburgo a suon di sterline nel ’77, e il suo erede scozzese Kenny Dalglish, un’ala/attaccante velocissimo e dai fondamentali completi.

LA GERMANIA TRA CATENACCIO E 4-4-2

La Germania domina il calcio Anni ’70 in modo meno rivoluzionario ma più duraturo degli olandesi e con più qualità rispetto al calcio inglese. Due in particolare le regine del movimento teutonico, molto diverse tra loro come concezioni tattiche e filosofie: il Bayern di Beckenbauer (e la nazionale tedesca che spopola agli Europei ’72 e ai Mondiali di casa del ’74) è improntato a qualcosa di molto simile al catenaccio italiano, con un libero arretrato (il sommo Kaiser) e una spinta atletica decisamente maggiore rispetto alle formazioni italiane, frutto delle diversità morfologiche e fisiche del popolo tedesco.

1. Il Bayern Monaco esce dall’anonimato nel corso degli Anni ’60 quando viene a formarsi la moderna Bundesliga, il campionato federale di Germania. In pochi anni il club dei rossi bavaresi riesce a scalzare nelle gerarchie cittadine il più quotato Tsv Munchen 1860. Proprio dai cugini, il Bayern pesca nel 1959 un 14enne destinato a cambiare volto non solo al football tedesco ma a quello mondiale, diventando il punto di riferimento a tutte le latitudini di ogni difensore: il suo nome è Franz Beckenbauer, meglio noto come “Kaiser Franz”, l’imperatore per via di una vocazione naturale al comando che lo accompagna sin dagli anni giovanili. Al Mondiale ’66, appena 21enne, si consacra quale miglior mediano di destra del Mondo ma in seguito il ct tedesco Helmut Schoen lo imposta libero alle spalle dei marcatori, posizione da dove può dominare il gioco. Il carisma e qualità tecnico-intellettive senza pari gli consentono di salire palla al piede per meglio organizzare la manovra d’attacco o per tentare sortite coast to coast fino all’area avversaria. Il tutto, sempre rigorosamente a testa alta. Con Beckenbauer in regia, i rossi bavaresi e la Germania vincono tutto.

Il primo Bayern che arpiona 3 Coppe Campioni consecutive tra il ’74 e il ’76, presenta, nella difesa all’ “italiana”, il gatto Sepp Maier, tra i migliori del suo tempo, tra i pali. Al centro della retroguardia, il colosso Schwarzenbeck mette la museruola al centravanti di turno e protegge le avanzate del Kaiser. A destra agisce Hansen, a sinistra Paul Breitner, terzino fortissimo ma costretto a emigrare al Real Madrid dopo che entra in rotta di collisione con il conservatore Beckenbauer a causa delle sue idee ispirate al maoismo. Breitner si trasforma nel corso della carriera in interno di regia, a conferma di proprietà tecniche e dinamiche di prim’ordine. A centrocampo tre mastini quali Roth, Zobel e Kapellmann, capaci di chiudere e ripartire a grande velocità. Tra le linee, un po’ regista e un po’ seconda punta, Uli Hoeness, elemento di grandissimo impatto offensivo, purtroppo frenato nella sua ascesa da un terribile infortunio. Sulla destra, in veste di ala lo svedese Torstensson rifornisce di cross al bacio lo spietato terminale Gerd Muller, il bomber per eccellenza del calcio tedesco, dalla media di un gol a partita nei momenti migliori.

La Germania, che trionfa all’Europeo ’72 e al Mondiale di casa del ’74, è il prolungamento ideale di quel Bayern nella tattica e negli uomini. A renderla ancora più forte contribuiscono fantastici elementi quali il terzino marcatore Berti Vogts, artefice dell’impeccabile marcatura su Cruyff nella finale del ’74, il biondo Netzer, fantasista e cervello del Borussia M’Gladbach e il sommo Wolfgang Overath, il miglior regista che una squadra possa desiderare: lento, compassato ma pulitissimo nel tocco, razionale e intelligente, con un lancio da cineteca e una direzione d’orchestra impeccabile.

2. Lontano dai canoni “italici” che rendono grande il Bayern e la nazionale, e molto più orientato a un calcio di iniziativa e aggressione degli spazi, è il Borussia Moenchengladbach, l’altra regina del calcio teutonico a cavallo tra gli Anni ’70 e ’80. Il miglior Borussia è forse quello di Hennes Weisweiler dei primi Anni ’70, quando vince 3 campionati tedeschi consecutivi e asfalta l’Inter nella Coppa Campioni ’71-’72 7-1 salvo poi dover rigiocare la partita per un lancio di una lattina e venir eliminato. Quella squadra utilizza un 4-3-3 molto aggressivo e dispendioso.

Ma è il secondo ciclo d’oro del Borussia che più si ricorda, forse a causa della consacrazione sul suolo europeo. Allenatore è l’ex profeta del Bayern Udo Lattek (75-79), che mutua dagli inglesi il 4-4-2, irradiandolo però di una qualità di manovra decisamente superiore. Partita alla volta di Madrid la stella Netzer nel 1973, la società pesca un giovane e guizzante attaccante danese, Simonsen, che entra subito nel cuore dei tifosi e conquista da protagonista il Pallone d’Oro nel ’77. Quel Borussia vince due titoli tedeschi (’76 e ’77), una coppa Uefa (’79) e perde contro il Liverpool la finale di Coppa Campioni del ’77. Le stelle della squadra, oltre al già citato Simonsen, sono il solido difensore Vogts e i centrocampisti Bonhof e Stielike.


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8. IL MODULO A ZONA, 1

Come già visto, la zona è una tattica di gioco difensiva che nasce con il Metodo e diventa dominante in Sud America negli Anni ’40, quando a essa si sposa l’utilizzo di moduli con matrice numerica, basati su una difesa a 4 in linea. Per diventare modulo in senso compiuto, la zona ha bisogno di rispolverare alcune componenti quali la tattica del fuorigioco, l’abbandono di ruoli fissi e l’applicazione di un calcio basato su movimenti e interscambi continui, il pressing sui portatori di palla, una preparazione atletica mirata e pesantissima. Tutte componenti ereditate da alcune squadre sistemiste come il Grande Torino o la Honved/Grande Ungheria.

1. In Italia, il primo esperimento di zona applicata a un modulo numerico avviene nella Juventus ’62-’63. Boniperti, che ha appeso le scarpette al chiodo da qualche anno salendo ai vertici dirigenziali, sceglie per il nuovo corso bianconero il brasiliano Paolo Amaral. Ex preparatore atletico del Brasile bi-campione del Mondo, si è fatto anche una discreta fama da allenatore alla guida del Vasco da Gama. Convinto assertore del 4-2-4 e della difesa a zona, come d’altra parte la maggioranza degli allenatori sudamericani, maniaco della preparazione atletica, carattere duro, muscoli scolpiti, trasferisce i prodromi del suo credo alle latitudini italiane: ben presto diventa per tutti il “ginnasiarca”.

Dal Brasile fa arrivare il giovane Amaro, che dovrebbe costituire il metronomo, uno dei due registi di centrocampo dedito alla costruzione della manovra. Gli affianca lo spagnolo Del Sol, ex polmone dell’ultimo Grande Real. Presto però ci si accorge che Amaro, per quanto talentuoso, non è in grado di reggere i ritmi del calcio europeo. Amaral lo rispedisce in patria, sostituendolo per vie interne.

La sua Juve operaia è dunque schierata secondo i canoni del 4-2-4 a zona: davanti al portiere Anzolin, Castano e Salvadore sono i due centrali in linea, e si alternano in qualità di stopper e costruttore; ai lati, Emoli e Sarti, terzini con licenza di avanzare. A centrocampo, Del Sol è il regista classico alla Didì, meno provvisto del collegra brasiliano sul piano tecnico ma più dotato su quello dinamico; il gladiatore Leoncini è il mediano. In prima linea, Stacchini e Sacco sono le ali, il brasiliano Siciliano il centravanti con Sivori alla Pelé, libero di giostrare seguendo le direttive del suo strabordante talento. Amaral corregge presto il tiro, passando a un 4-3-3 che ricalca il Brasile ’62: a sinistra arretra così Sacco (o Dante Crippa, più votato ai compiti di copertura) in veste di “Zagallo”; in avanti, liquida l’incostante Siciliano e a novembre lo sostituisce con il possente Miranda, ideale terminale boa.

La Juve fatica sulle prime, suscitando l’ironia dei conservatori italiani fedeli al Catenaccio. I quali ben presto si devono però ricredere: i bianconeri, sfruttando una preparazione atletica meticolosa e all’avanguardia e un Sivori a mille, recuperano il terreno perduto e tengono testa alla più forte Inter fin sul traguardo chiudendo secondi. La vittoria in Coppa delle Alpi, la prima a livello inernazionale per la Vecchia Signora, è la ciliegina su una stagione fantastica che vale ad Amaral la riconferma.

Ma non tutto è oro quel che luccica: a una parte della dirigenza il tecnico non piace; e Sivori, stella della squadra e “cocco” degli Agnelli, mal sopporta i duri allenamenti a cui il mister brasiliano sottopone il gruppo. In sede di mercato, poi, Amaral commette un nuovo errore dopo quello di Amaro: dal Brasile fa arrivare il connazionale Nené, presentandolo come il centravanti di sfondamento che alla Juve manca dai tempi dell’addio di Charles. Un equivoco tattico che segna l’inizio della fine: Nené è un ottimo giocatore, come dimostrerà il proseguio della sua carriera italiana e lo scudetto conquistato a Cagliari, ma non un centravanti.

La crescente e feroce critica della stampa unita a risultati non in linea con le aspettative, inducono Amaral a rivedere un poco il suo progetto tattico: passa a un sistema di gioco maggiormente improntato alle marcature individuali e rispolvera la lezione di un libero (a turno Castano o Salvadore) staccato. La squadra torna a vincere e in breve tempo arpiona la testa del campionato. Ma a quel punto ecco la goccia che fa traboccare il vaso: Amaral, snervato dalla crescente polemica con Sivori, decide di escludere il “Cabezon” dalla formazione titolare; il talento argentino si presenta dal presidente Catella e chiede di scegliere: o lui o l’altro.

La dirigenza opta per Omar. Nonostante il primo posto in classifica, Amaral viene così esonerato. Per la gioia dei giornali che non avevano mai perdonato al tecnico il tentativo di abiurare il Catenaccio e sposare la zona brasiliana. I risultati però danno ragione al tecnico brasiliano: i bianconeri, tornati a un gioco conservatore e meno dispendioso sotto la guida dell’ex campione del Mondo Eraldo Monzeglio, precipitano in patria e in Europa e chiudono una stagione iniziata sotto i migliori auspici nel più completo anonimato.

2. Sempre alla Juventus nell’anno successivo all’esonero di Amaral (1964), arriva un nuovo mentore sudamericano, il paraguayano Heriberto Herrera. Per differenziarlo da Helenio Herrera, il mago argentino dell’Inter, chiamato HH, si prese a chiamare Heriberto HH2. Geniali le trovate del giornalista Gianni Brera che soprannominò il primo Accaccone e il secondo Accacchino. Heriberto è reduce da alcune stagioni in Spagna e viene individuato dai bianconeri come l’uomo giusto per provare ad assemblare un gruppo privo di stelle, a causa della politca di austerity intrapresa dalla società dopo il ritiro di Umberto Agnelli dalla presidenza.

Anticipatore del sacchismo e del calcio totale di marca olandese, Herrera pretende dai suoi giocatori movimento continuo, soprattutto in fase di non possesso palla, massimo rigore alimentare (unico strappo alla regola, il whisky...), preparazione atletica curata nei minimi dettagli, carichi di lavoro pesantissimi, pressing... Nella sua idea di calcio, le giocate del singolo quasi non devono esistere. Ciò che conta è il collettivo. Un secondo Amaral ma dai modi ancora più spicci e dalle concezioni ancora più estreme.

Logico che con un allenatore di questo tipo (così come era già successo con Amaral), l’individualista e genio ribelle Omar Sivori si scontri a muso duro. Questa volta però la società cambia orientamento e asseconda le scelte del nuovo tecnico. Sivori viene messo alla porta, dopo otto anni di onorato servizio alla Signora, sfruttando anche la possibilità di liberarsi di un ingaggio giudicato eccessivo per la linea di rigore economico intrapresa dalla dirigenza. Senza l’ombra di Sivori, HH2 ha strada libera e può applicare le sue idee, che portano la Juve a essere quasi la capostipite del calcio Anni ’70-’80: meno stelle, meno talento, più dinamismo, più agonismo, più senso del collettivo. Al terzo tentativo, arriva, quasi inatteso, lo scudetto, pur con una qualità dell’organico inferiore alla concorrenza e in modo particolare alla Grande Inter di patron Angelo Moratti.

La Juve di Heriberto è disposta secondo lo schema classico del catenaccio all’italiana ma con una spinta atletica e concetti alla base totalmente diversi: davanti al portiere Anzolin, Castano è il libero e Bercellino lo stopper. Sui lati i terzini Salvadore e Gori, bravi a chiudere e ripartire. A centrocampo, il settepolmoni Del Sol è il nerbo dell’intera manovra; al suo fianco, un regista classico, Cinesinho, e il mediano tutto fosforo Leoncini. In attacco, il centravanti boa De Paoli è sostenuto dalle ali Menichelli e Zigoni.

Il tricolore dà nuova linfa alle casse societarie e in breve la dirigenza torna a spendere. Ma questo segna il capolinea dell’avventura di Heriberto, che non riuscirà a gestire primedonne e campioni (su tutti, il tedesco Haller) e incanalare il loro talento nei binari del collettivismo. Già si manifestano le crepe e i limiti del sacchismo e del calcio atletico e collettivo Anni ’70-’80 che tentano invano di prevedere e controllare l’estro dei singoli. Per Heriberto, il cammino italiano prosegue attraverso appendici poco felici (Inter, Samp e Atalanta) prima di fare mesto ritorno in patria.

L’Olanda del calcio totale

Rivoluzione e anticonformismo, capelli lunghi e vestiti larghi, Woodstock e marijuana. In una parola, gli Anni ‘70. Il Mondo è capovolto: musica, politica, società, arte. Non c’è un aspetto della vita umana che non conosca cambiamenti radicali. Nel calcio il simbolo della novità è l’Olanda. Una squadra magnifica, ideale sintesi delle due massime espressioni di club. Il Feyenoord, apripista dei trionfi con il successo nella Coppa Campioni ’70, e il grande Ajax, tre volte consecutive sul tetto d’Europa, dal ’71 al ’73. Gli Ajacidi in particolare sono i vessilliferi di un calcio modernissimo, che ha abrogato le specifiche di ruolo e si basa su una preparazione atletica superiore, sistematica, con sedute di allenamento massacranti, corse lunghe chilometri, scatti e controscatti tra pianure e colline.

I giocatori poi non sono più semplici protagonisti sul campo. Si spostano in ritiro con fidanzate e mogli al seguito, vestono alla moda, portano i capelli al vento, concedono interviste solo a pagamento, si fanno sponsor, vendendo gli articoli di cui sono i proprietari (dalle magliette ai palloni) e mettendo la loro faccia sui prodotti pubblicitari. Fuori dal campo, la più grande rivoluzione culturale applicata al calcio, con i calciatori che diventano divi di Hollywood, macchine per fare soldi, attori strapagati di un circuito chiuso e inaccessibile.

In campo, di rivoluzionario c’è molto meno di quello che comunemente si pensa. Il “calcio totale” privo di ruoli fissi e con sovrapposizioni continue e movimenti costanti senza palla è di ispirazione danubiana e gli ungheresi 20 anni prima lo hanno già confezionato, pronto per l’uso; la zona è concetto vecchio come il Mondo; una preparazione atletica avanti alla propria epoca per inchiodare gli avversari sul ritmo era già stata applicata da Erbstein nel Grande Torino del dopoguerra.

Di certo, gli olandesi tracciano il solco: dopo di loro, il calcio diventa atletismo, fisicità, senso del collettivo, e tale resta per una decina d’anni prima che un argentino di 160 cm riporti l’individuo al centro dell’universo, come in una vera e propria rivoluzione copernicana al contrario, vincendo un Mondiale da solo. Resta la qualità assoluta di una generazione fantastica, che ha nel divino Johan Cruyff, per molti il più grande calciatore europeo di tutte le epoche, il suo zenith.

Rinus Michels, tecnico dell’Olanda in vista del Mondiale ’74, assembla così una squadra su due blocchi, Ajax e Feyenoord, come già aveva fatto Sebes con l’Ungheria (Honved più Voros Lobogo). Ecco come si presenta l’Olanda ’74, fedele nello schieramento iniziale al 4-3-3, il modulo che forse meglio di qualunque altro si adatta ai meccanismi della zona, e con i giocatori che smettono di seguire la numerazione classica delle maglie dall’1 all’11 ma scelgono i numeri che più a loro piacciono.

In porta Jongbloed, uno sberleffo ai canoni del ruolo, con l’8 sulla maglia, la divisa gialla (che suscita parecchia ilarità tra pubblico e critica), la tendenza a uscire palla al piede. Tra i pali si dimostra però spesso un discreto estremo a dispetto della negativa fama. In difesa, i punti fissi sono i due centrali, Haan più portato alla costruzione del gioco, e Rijsbergen. A centrocampo, le due pedine basilari sono il regista Van Hanegem, cervello del Feyenoord, detto “il Gobbo” per l’andatura ricurva ma dotato di grande fondo atletico e spiccato senso del gioco. Al suo fianco, lo sgobbone Jansen.

Tutti gli altri giocatori sono in continuo movimento e a turno possono tramutarsi in terzini, ali, mediani, attaccanti. A partire dai terzini nominali, Suurbier a destra e Krol a sinistra, giocatori di grandi mezzi fisici e tecnici, in particolare il secondo, emblema della nuova versatilità dei difensori e capace nel proseguio della carriera di trasformarsi in un superbo libero. In mezzo, il più universale di tutti, Johan Neeskens, che nasce centrocampista ma opera con indifferente bravura in difesa, come mediano, regista, rifinitore e attaccante. L’attacco consta di tre pedine molto mobili: le ali Rep e Rensenbrink che spesso si accentrano per favorire l’avanzata di Suurbier e Krol, e il grandissimo Joahn Cruyff. Nato ad Amsterdam, diventa la stella del club ajacide prima di trasferirsi al Barcellona. Simbolo della squadra in campo e fuori, parte attaccante ma poi sguscia tra le pieghe della partita ove più lo portano il talento e le varie situazioni di gioco, sfruttando una tecnica modernissima, una velocità supersonica, un carisma senza pari, un’intelligenza e un senso del gol strepitosi. Un leader a tutto campo che si consacra quale stella assoluta del calcio internazionale.

Il Mondiale ’74 si inchina alla bellezza del gioco orange: sovrapposizioni, velocità, pressing ovunque, una ragnatela di passaggi brevi, un torello continuo e sistematicamente proiettato verso la porta avversaria. Uruguay, Bulgaria, Argentina, Germania Est, Brasile: la lista delle vittime, impotenti di fronte a uno spettacolo così sublime, è lunga.

Si arriva così all’appuntamento più atteso, la finale di Monaco del 7 luglio 1974, tra quelle che sono davvero le migliori nazionali del Mondo: la conservatrice Germania Ovest di Beckenbauer e l’innovatrice Olanda di Cruyff. Alla prima azione di gioco, gli olandesi vanno in porta senza mai far toccar palla ai padroni di casa: Cruyff parte con il suo solito imprendibile stile, Vogts lo atterra. Rigore, puntualmente trasformato da Neeskens. Sembra l’inizio del solito dominio, del solito spettacolo.

Ma la Germania ha qualità e nervi saldi per non crollare. Beckenbauer capisce che non è il caso di salire palla al piede e posizionarsi davanti alla terza linea come d’uopo, ma resta in attesa, alle spalle di tutti a controllare e ragionare con certosina pazienza. I tedeschi non hanno fretta, aspettano e ripartono. Al 25’ ottengono un giusto rigore, e il maoista Breitner fa 1-1 dagli undici metri. L’Olanda ricomincia ad attaccare, in un forcing continuo ma la difesa tedesca, protetta da un magistrale Kaiser Franz e con Vogts che ha messo la museruola alla stella Cruyff, regge l’urto. E al 44’, una percussione a destra di Bonhof è premiata al centro dal guizzo del solito rapace Gerd Muller che si gira in un nanosecondo e fa secco Jongbloed. Nella ripresa la marea orange si fa ancora più impetuosa ma non basta. Alla fine a festeggiare sono i padroni di casa. Meno rivoluzionari, meno portati a spendere energie fisiche e atletiche, ma ugualmente meritevoli del titolo grazie a una qualità di assi di straordinaria levatura.

Il secondo posto ridimensiona in parte il progetto olandese ma i frutti oramai sono gettati sulla scena internazionale. Gli Europei ’76, chiusi al terzo posto, segnano il passo d’addio alla nazionale di Cruyff. Ai successivi campionati del Mondo del ’78, senza più il maestro Johan, l’Olanda arriva ancora seconda alle spalle dell’Argentina padrona di casa ma si rende protagonista di un calcio meno rivoluzionario e spettacolare, anche se sempre con l’imprintur della zona. Un’ulteriore conferma che è il valore dei singoli (in questo caso, è venuto a mancare Il Singolo per eccellenza, Cruyff) a rendere spettacolare e forte una squadra ed efficace un modulo. Perché è la qualità dei solisti la vera arma che ha permesso al movimento olandese di vincere 4 Coppe Campioni consecutive e arrivare a un passo dal doppio trionfo Mondiale. Anche se molti, soprattutto in Italia, non riescono sulle prime a capirlo.


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9. IL MODULO A ZONA, 2

L’Italia segue la moda

Il Mondiale ’74 ha dunque portato alla ribalta il modello olandese: marcature a zona, movimenti continui, sovrapposizioni, preparazione atletica superiore. In Italia, con la Nazionale reduce da un torneo negativo, concluso con l’eliminazione al primo turno per mano della rivelazione Polonia, si pensa che il problema sia a livello tattico: il calcio all’italiana viene bocciato e bollato come vecchio, superato. Chi lo adotta va inevitabilmente incontro al fallimento. Occorre invece piegarsi al vento nuovo che spira dall’Olanda. Evidentemente la lezione del Sistema non è servita: il nostro Paese, che arriva alla zona tardi, dopo argentini, brasiliani, inglesi e olandesi nonostante l’esperienza di Amaral alla Juve, non ha ancora capito che la differenza è fatta dalla qualità individuale, non dai moduli.

1. Nel campionato ’74-’75, un giovane allenatore brasiliano decide così di gettarsi a capofitto nella zona, pur non disponendo di atleti individualmente portati alla stessa. Si chiama Luis Vinicio, tecnico del Napoli e reduce da un brillante terzo posto. Per la verità, Vinicio ha sperimentato la zona già molto prima del fenomeno olandese, e precisamente nel 1968 alla guida dell’Internapoli, club di serie C, alla sua prima esperienza in panchina. La squadra partenopea è ricca di difensori dall’età media avanzata e sempre abituati nel corso della propria carriera, a difendere a uomo: su tutti l’oramai 35enne Burgnich, trasformatosi in battitore libero dopo gli anni interisti. L’allenatore però tenta ugualmente l’azzardo.

Davanti al portiere Carmignani, la difesa prevede Bruscolotti sull’out destro, Burgnich e La Palma centrali, Pogliana a sinistra. A centrocampo, Massa, Esposito, la stellina Juliano e Rampanti. Il quale si inserisce spesso in veste di terza punta al fianco di Clerici e Braglia. Il Napoli inizia forte, potendo contare anche su quella preparazione atletica mirata che la zona richiede. A dicembre però, repentino arriva il tracollo: la squadra esce dalla Coppa Uefa, per piede del Banik Ostrava e una settimana dopo, nel big-match del San Paolo contro la contropiedista Juve viene umiliata 6-2.

Le critiche a Vinicio si fanno feroci, il tecnico abbandona l’esperimento e torna a un modulo più prudente e meno logorante. Così facendo, il Napoli tiene testa ai bianconeri fin quasi sulla linea del traguardo, chiudendo il campionato al secondo posto. Vinicio si rende conto di aver forzato troppo la mano e nella stagione successiva usa da subito uno schieramento improntato alla tradizione. Alla fine è quinto. La successiva parentesi alla Lazio non porta in dote nulla di nuovo e per Vinicio inizia un rapido declino.

2. Nella stagione ’76-’77 un nuovo giovane allenatore romagnolo, Giuseppe Marchioro, fa capolino al Milan. La società rossonera è appena passata dalle mani di Albino Buticchi a Vittorio Duina, sotto la supervisione della stella della squadra Gianni Rivera. Marchioro ha portato il Como in A e il Cesena alle soglie dell’Europa attraverso un calcio spumeggiante, ispirato alla zona. Tenta così di replicare l’esperimento anche al Milan ma va incontro al peggiore dei fallimenti, in quanto i giocatori rossoneri non sono preparati né adatti per piegarsi al nuovo vestito tattico. Impossibile chiedere a centrocampisti lenti anche se dotati di estro come Capello e Rivera di correre e sostenere una preparazione atletica meticolosa e specifica. Il tecnico viene esonerato dopo un pareggio interno contro il Cesena, con la squadra sull’orlo della retrocessione. Il Milan torna ad affidarsi a Rocco, vessillifero della tradizione italiana, e riesce a salvarsi, chiudendo con un comunque poco onorevole quintultimo posto.

La Roma di Liedholm

Il primo riuscito esperimento di zona nel nostro Paese porta la firma di Nils Liedholm. Ex stella del centrocampo del Milan negli Anni ’50, ricostruisce la sua carriera di tecnico nei primi Anni ’80 dopo che era stato fermato da una forma di epatite quando era alla guida del “suo” Milan. Quell’intelligenza che lo aveva reso grandissimo da giocatore lo favorisce anche da allenatore. Liedholm lavora alla zona senza copiare nessuno, lavorando a un suo progetto e cercando sempre di privilegiare gli uomini e non gli schemi. Tornato al Milan, conquista nel ’79 un’incredibile scudetto, con un sistema di gioco che lascia già intravedere i meccanismi della zona: al fianco dello stopper Bet, il giovanissimo Baresi spende i suoi primi anni di libero tra difesa e centrocampo, come Bobby Moore nell’Inghilterra ’66 o Haan nell’Olanda ‘74.

Liedholm chiede al presidente rossonero Felice Cololmbo tre anni di contratto, ma il patron è disposto a garantirgliene soltanto uno. Lo svedese saluta la compagnia e sposa il progetto Roma, fortissimamente cercato e voluto dal presidente Dino Viola. Nella capitale l’allenatore ha il tempo e i mezzi per pianificare il suo progetto. Nel campionato ’79-’80, il primo schizzo, con i centrale Turone e Santarini in linea, una rarità nel calcio italiano abituato al libero. Il settimo posto finale convince Liedholm che per arrivare ai vertici servono investimenti importanti. La Roma lo asseconda in toto: Dino Viola vola in Brasile per tentare di strappare al Flamengo il fenomeno Zico, erede di Pelé in nazionale. Ma l’accordo sfuma e i giallorossi ripiegano su un altro asso, il metronomo dell’Internacional di Porto Alegre Paulo Roberto Falcao. Un giocatore di grandissima intelligenza, morbido e razionale, capace di alzare e abbassare i ritmi e dirigere il traffico come nessun altro. L’uomo ideale per alzare il tasso tecnico del centrocampo di Liedholm.

Nella stagione ’82-’83, la Roma beffa l’ “italiana” Juve e giunge al tricolore. Davanti al portiere Tancredi, la difesa è a 4, in linea e a zona, replicando in toto le esperienze del calcio sudamericano, inglese, olandese: a destra Nela e a sinistra Maldera, entrambi attenti in fase di non possesso palla e validi incursori in attacco. Al centro, Di Bartolomei è il Moore della situazione, con il possente Viercowood marcatore classico. In mezzo, tre registi di magno magistero: il divino Falcao, impareggiabile direttore d’orchestra, coadiuvato dalle geometrie dell’austriaco Prohaska e dell’italiano Ancelotti. È proprio nel centrocampo la vera atipicità del progetto giallorosso all’interno della zona: sfruttando il passo di tre registi classici e dalle movenze cadenzate, la squadra non deve affrontare una preparazione atletica specifica e sprecare le energie in corse snervanti.

La manovra non è impostata su cariche ad alto ritmo, come fin qui era stata caratteristica del gioco a zona, ma vive su una serie di passaggi lenti e ben calcolati, possibili grazie ai tre registi di cui sopra, e volti ad addormentare il gioco. Tocca agli avversari correre a vuoto e subire i lanci lunghi di Di Bartolomei o Falcao che azionano il turbine offensivo. Che presenta l’acrobatico centravanti Pruzzo, l’ala Bruno Conti, dalle immense qualità tecniche, e il guizzante Iorio in veste di seconda punta.

La stagione successiva, con l’aggiunta di un nuovo strepitoso playmaker, il brasiliano Toninho Cerezo, il gioco si fa ancora più manovrato e spettacolare, e consente di arrivare alla finale di Coppa Campioni, inopinatamente perduta ai rigori contro il Liverpool. Una sconfitta che segna la fine del progetto zonale di Liedholm, ma dischiude le porte per quello di Sacchi al Milan, che si dimostra però distante anni luce come velocità e dispendio fisico da quello del maestro giallorosso.

Il Milan di Sacchi

Quando, nell’estate del 1987, Arrigo Sacchi arriva al Milan, è poco più di uno sconosciuto. Lo ha voluto fortissimamente il novello presidente rossonero Silvio Berlusconi, stregato da una partita di Coppa Italia in cui il Parma, allenato dal tecnico di Fusignano, ha messo sotto il Milan. Molti tifosi sulle prime storcono il naso, memori dell’esperienza di Marchioro, che sembra ricalcare in tutto e per tutto quella di Sacchi: tecnico emergente, presidente da poco insediato nella società, progetto tattico di rottura con la tradizione italiana.

Le difficoltà iniziali sembrano confermare l’ipotesi: i rossoneri vengono precocemente eliminati in Coppa Uefa per mano dell’Espanyol, gli allenamenti massacranti con esercizi ripetuti alla noia e carichi di lavoro durissimi fanno crescere il malumore delle stelle, in modo particolare i neo arrivati Gullit e Van Basten. Franco Baresi, poi, capitano della squadra e ritenuto uno dei migliori difensori del campionato, viene invitato dal tecnico a seguire il modo di giocare di Gianluca Signorini, libero sui generis del Parma di Sacchi. La fiducia di Berlusconi però pare illimitata e quando il tecnico decide finalmente di accantonare gli operai Mussi, Bianchi e Bortoluzzi e investire sui campioni, il Milan prende una fisionomia definitiva e comincia a volare.

Il vestito tattico è il solito 4-3-3 che splendidamente si abbina con la zona tout-court (come già è stato per Olanda e Roma): davanti al portiere Giovanni Galli, la difesa prevede gli esterni Tassotti e Maldini, bravi sia a chiudere che ad avanzare, potendo contare su una notevole spinta atletica. La classe, il tempismo, la versatilità, il senso del comando daranno modo inoltre al giovanissimo Maldini di sperimentarsi in diverse posizioni all’interno della retroguardia e consacrarsi quale uno dei migliori (se non il migliore) difensore dell’ultimo scorcio di secolo. In mezzo, l’aitante Filippo Gall protegge le spalle al capitano Franco Baresi, elemento capace di manovrare l’intero pacchetto con il piglio del leader, seguendo le linee direttive di un fuorigioco sistematico, e replicare la lezione di altri grandi liberi che prima di lui erano abituati a giocare in una difesa a 4 in linea: non il pur onesto Signorini, ma campioni del ruolo quali Moore, Haan, Di Bartolomei.

Sulla mediana, il regista Ancelotti, già avvezzo alle lezioni zoniste di Liedholm, è il fulcro attorno al quale si muovono a destra Colombo e a sinistra Evani. L’attacco si avvale dell’irruenza atletica dell’olandese volante Ruud Gullit, del tornante di destra Donadoni, ala di raffinatissime e completissime doti tecniche, e del centravanti Virdis, sostituto dell’infortunato Van Basten.

Quando nel finale di stagione, l’airone olandese torna al suo posto, i rossoneri acquistano nuova linfa e riescono a superare il Napoli del divino Maradona sul filo di lana, aggiudicandosi lo scudetto. Nelle due successive stagioni, pur non ripetendosi sul fronte interno, il Milan (potenziato dall’arrivo del mediano tuttofare Rijkaard) fa il vuoto all’estero: due Coppe Campioni e due Coppe Intercontinentali. Con alcune prestazioni che passano alla leggenda, come il 5-0 rifilato al Real Madrid nelle semifinali dell’edizione ’88-’89 o il 4-0 alla Steaua Bucarest nella finalissima. Il Milan basa la propria forza sulla ferrea preparazione atletica cui accennavo prima.

Il gioco si sviluppa intorno a un pressing costante sui portatori avversari, i giocatori senza palla devono sempre dettare il passaggio al compagno e aggredire gli spazi vuoti, mentre la difesa, guidata da capitan Baresi, opera con grande sistematicità la tattica del fuorigioco. Nulla di nuovo sotto il sole, dato che sembra di leggere per filo e per segno il disegno della Grande Ungheria di 40 anni addietro.

La novità principale che Sacchi lascia in eredità al calcio italiano è legata all’atteggiamento da adottare in campo internazionale: seguendo un antico retaggio della nostra tradizione, le squadre italiane erano solite cambiare mentalità a seconda del fattore campo: più offensive e intraprendenti in casa, più difensive e contropiediste fuori. Il Milan di Sacchi invece gioca un calcio di iniziativa ovunque, non preoccupandosi di dove e contro chi gioca. Molte formazioni, su tutte il Parma e la Sampdoria, raccolgono la lezione dell’Arrigo, acquistando grande sicurezza e spregiudicatezza sul suolo europeo e guadagnandosi i complimenti da molti addetti ai lavori internazionali.

I problemi per Sacchi montano nella sua quarta stagione in rossonero che si conclude senza allori. Entra in rotta di collisione con i senatori dello spogliatoio, perché finisce con il trascurare l’aspetto umano. Pretende sempre la massima serietà, odia le battute e i sorrisi, continua a mettere sotto torchio a livello di preparazione campioni che stanno oramai avviandosi alla trentina e non hanno più l’entusiasmo, la voglia, le potenzialità fisiche di sottoporsi a carichi di lavoro troppo pesanti. Van Basten, stella assoluta della squadra, guida la rivolta. E come fece Sivori come Amaral e Heriberto, si presenta dal presidente Berlusconi con l’ultimatum: o lui o io.

L’Arrighe si fa sempre più insofferente, si prende meriti che non ha, comincia a ritenersi il presunto salvatore del calcio italiano dagli orrori del difensivismo e il principale artefice dei successi rossoneri. Lo schema diventa dominante sul valore dei singoli. Le esagerazioni verbali e comportamentali si ripercuotono con effetti negativi sul campo, dove tutto, dalla preparazione atletica alla tattica del fuorigioco, viene esasperato.

Sacchi dimentica in pratica le due regole che hanno sempre accompagnato il calcio fin dalle origini: 1) è il valore dei giocatori e non il modulo a garantire il successo di un progetto; 2) la grandezza di un allenatore e di una squadra stanno nella flessibilità e nel relativismo, nella capacità cioè di sommare i pregi di varie filosofie tattiche, anche all’apparenza opposte tra loro, e non estremizzare troppo un singolo aspetto a tutto svantaggio degli altri. Un peccato perché così facendo il progetto rossonero annacqua forse prima del dovuto e perché si tratta di un grande competente e maestro di calcio, non di un pisquano qualunque.

A metà tra zona e uomo: l’Italia di Bearzot

Un capitolo a parte nella storia merita l’Italia di Bearzot. Che riesce ad arrivare ai vertici mondiali utilizzando proprio quella flessibilità e quel relativismo cui accennavo prima. La difesa, secondo i canoni della tradizione italiana, è basata sul catenaccio e sulle marcature individuali, mentre il centrocampo è impostato a zona. In generale, poi, la squadra ha abbandonato la fissità dei ruoli ed è costruita intorno al movimento sistematico di molti interpreti. Davanti al portiere Zoff, Scirea è il libero classico ma con licenza di avanzare fino al centrocampo e oltre seguendo le coordinate tracciate da Beckenbauer. Lo stopper è Collovati, il terzino marcatore destro Gentile e il fluidificante di sinistra Cabrini. In mezzo, Oriali è il mediano puro, con Tardelli centrocampista universale alla Neeskens, e Antognoni regista mobile. A destra Bruno Conti, ala di supporto al tandem Rossi-Graziani.

Questo è lo schieramento classico in fase di non possesso palla, che ricalca nella disposizione un catenaccio puro. Quando la squadra ha il pallino di gioco in mano, però, Gentile sale a centrocampo sull’out destro, con Conti che diventa la terza punta. Cabrini spinge come di consueto sulla fascia diventando attaccante di complemento mentre Graziani arretra a dare manforte al centrocampo.

Questa serie di interscambi è possibile solo con la flessibilità di marcature a zona che consentono molta più libertà d’azione rispetto ai rigidi marcamenti ad personam. Con un occhio al catenaccio e un altro alla rivoluzione olandese, Bearzot plasma una squadra camaleonte che entusiasma tutti per lo splendido gioco offerto al Mondiale ’78 e si fregia del titolo di campione del Mondo quattro anni dopo in Spagna. Un sistema di gioco ribattezzato modulo misto che resiste alla zona pura sacchiana e viene spesso usato ancora oggi, con la difesa a uomo e il centrocampo a zona.

10. Gli sviluppi moderni
OLTRE LA ZONA

Le grandi vittorie della Roma di Liedholm e del Milan di Sacchi, entrambe edificate intorno alla zona, fanno scuola: una schiera di giovani tecnici raccoglie la lezione dei due maestri e si lancia con entusiasmo nella nuova avventura tattica. Celebre è il caso di Gigi Maifredi che in pochi anni passa dall’Ospitaletto alla Juventus, attraverso un calcio fatto di allegria, corsa, divertimento, attacco. Maifredi fallisce però l’appuntamento con il calcio dei grandi e torna altrettanto rapidamente nell’anonimato. Dall’altra parte, intanto, l’italianista, dunque fedele alla marcatura a uomo, Trapattoni porta l’Inter al tricolore nel 1989.

E’ l’inizio di una guerra di religione che ricalca quella tra metodisti e sistemisti negli Anni ’30 e ’40, e tra difensivisti e offensivisti negli Anni ’70. Da una parte, i “trapattoniani” fedeli alla tradizione, al catenaccio, alla marcatura individuale, alla difesa; dall’altra, i “sacchiani” portatori di un verbo nuovo fatto di attacco, pressing, zona. Uno scontro che si protrae per un decennio e forse oltre, prima che il tempo annacqui l’assolutismo dei due principi e riporti il calcio sui binari del relativismo, di una scienza non esatta ma che nella sua vastità e complessità abbraccia e mescola (e non divide) le diverse branchie e le diverse filosofie.

Il Milan di Capello

Stanco e sfiduciato dalle estremizzazioni sacchiane, il Milan passa nella stagione ’91-’92 sotto la guida di un altro neofita della panchina, Fabio Capello. Il tecnico di Pieris, forgiatosi alla scuola manageriale di Berlusconi, non è un innovatore però si dimostra un abile gestore del gruppo, recuperando alla causa molti campioni dati per finiti troppo in fretta. Allenta la morsa del pressing e del fuorigioco, rendendoli molto meno costanti, e modifica la squadra sul piano tattico passando a un più prudente 4-4-2 che diventa un 1-3-4-2 vicino alla tradizione italiana a seconda delle fasi di gioco. Per venire incontro all’incipiente logorio atletico di capitan Baresi, infatti, l’allenatore friulano sceglie di arretrarlo di qualche metro rispetto allo stopper Costacurta, in modo da dargli più spazio per respirare e più possibilità di controllare la retroguardia.

A centrocampo poi innesta un duo di mediani di infallibile efficacia che formano una Maginot difficile da superare: il regista compassato Albertini affiancato al continuo e razionale Rijkaard, abilissimo sia in fase di filtro sia nelle vesti di incursore. Più tardi, quando l’olandese trova una seconda giovinezza nell’Ajax di Van Gaal, Capello sceglie un altro mastino, il francese Marcel Desailly. Sulle fasce, Evani e Donadoni a supporto di Van Basten, che giunto nel pieno della maturità tecnica e agonistica non ha eguali al Mondo nel ruolo di centravanti, e Gullit. Un Milan meno spettacolare e rivoluzionario ma più pratico e continuo, capace di vincere quattro scudetti e la Coppa Campioni ’94.

IL 5-3-2

1. Sulla falsariga del gioco all’italiana incentrato sulla figura chiave del libero e tornato in grande spolvero ai Mondiali del ’78 e dell’82 per merito della Nazionale azzurra, nel 1986 il Belgio di Guy This si presenta sul proscenio mondiale con un nuovo vestito tattico: il 5-3-2. Davanti al portiere Pfaff, uno dei più grandi interpreti del ruolo negli Anni ’80, il pacchetto difensivo è protetto dal libero Renquin. Qualche metro più avanti, operano i due marcatori, il futuro parmense Grun e Demol, mentre sui lati spingono i due terzini Gerets e Vervoort, che hanno il compito di controllare il diretto marcatore e salire per dare manforte all’attacco. Il centrocampo consta dunque di tre uomini, il regista arretrato Veyt e gli esterni Scifo, il giovane talento su cui pesa l’eredità del grande Van Himst, e Vercauteren. In attacco, la boa Claesen si avvale del supporto di Ceulemans, guizzante e rapido.

Il modulo belga è però tutt’altro che fisso: in fase di possesso palla, Grun sale fin sulla linea mediana, esattamente come nella difesa a quattro facevano Bobby Moore nell’Inghilterra del ‘66 e Franco Baresi nel Milan sacchiano, e dal 5-3-2 si passa al 4-4-2; mentre quando la squadra si difende, l’attaccante Ceulemans arretra, inserendosi tra Scifo e Vercauteren e davanti a Veyt: ecco così un 5-4-1, o meglio un 5-1-3-1. Con questo particolare vestito tattico improntato a una più ferrea copertura difensiva ma anche a una certa flessibilità, il Belgio si rende principale strumento di diffusione della mentalità difensiva che sta coinvolgendo il Mondo. I risultati però danno ragione a This, con la squadra che raggiunge sorprendentemente le semifinali del torneo e si inchina solo all’Argentina di uno scatenato Maradona.

2. Come già anticipato, il Belgio nel 1986 fa scuola. E così ai successivi Mondiali di Italia ’90 molte nazionali sfoderano il 5-3-2. Fa scalpore soprattutto il Brasile, con il ct verdeoro Sebastiao Lazaroni che spezza il reticolato morale dei tabù, piazzando alle spalle dei marcatori Mozer e Ricardo Gomes, il libero staccato Mauro Galvao. Sarà un fallimento. Il Brasile sviluppa la propria cultura sui ritmi del samba, dell’allegria, del divertimento, e predilige dunque un calcio fatto di estro, fantasia, offesa. Assurdo tentare di piegare una mentalità di questo tipo a ingessature di stampo difensivo. La conferma che il calcio difensivo sta prendendo piede arriva dall’Inghilterra, l’altra grande paladina di un football d’attacco incentrato su cariche ad alto ritmo fisico e atletico. Contro la temibile Olanda, il ct Bobby Robson, per la prima volta nella storia del calcio inglese, schiera i suoi con il libero e la marcatura a uomo, abiurando la zona tanto cara.

Infine, anche la Germania passa al 5-3-2 in corso d’opera. Dopo un avvio di torneo scoppiettante, a suon di reti e spettacolo, il ct Franz Beckenbauer dagli ottavi in poi decide di cambiare registro timoroso di eccessivi rischi: i tedeschi si piegano così al modulo belga, con un centrocampista in meno (Bein) e un difensore in più (Kohler). Davanti al portiere Illgner, la difesa si avvale così dell’esperienza del libero Augenthaler. Ai suoi fianchi, due mastini quali Buckwald e Kohler. I terzini di spinta sono Reuter a destra e Brehme a sinistra. A centrocampo, Hassler occupa il centro-destra, con l’imprevedibile ma discontinuo Littbarski sul versante opposto. In mezzo, a dirigere le operazioni, Lothar Matthaus, mezzala capace di spaziare ovunque e trascinare come un panzer la squadra dalla linea di difesa a quella d’attacco, dove può sfruttare un tiro letale dalla lunga e media distanza. Leader per vocazione, nella scala di valori del calcio teutonico si pone come l’erede designato al trono di Beckenbauer. In attacco, la tecnica di Voeller e l’esuberanza di Klinsmann. Una squadra di grande fosforo e ottima qualità, ma troppo abbottonata forse per esprimere un gioco d’attacco all’altezza. In ogni caso, i risultati premiano la compagine di Beckenabuer che vince il titolo contro l’Argentina, al termine di una delle più brutte e maschie finali che si ricordino.

Il 5-3-2 ammirato al Mondiale ’90 altro non è, a guardarlo bene, che una riedizione pura e semplice del Catenaccio di stampo italico: il libero; poi due marcatori centrali (il terzino destro e lo stopper del catenaccio), con due terzini a spingere (l’ala destra tornante e il terzino sinistro del catenaccio). Nella stagione successiva, molte squadre di club replicano la lezione del Mondiale: ad esempio, in Italia, il Parma di Nevio Scala. La squadra emiliana però può sfruttare la versatilità del belga Grun, già abituato a ricoprire il doppio ruolo di difensore centrale e centrocampista aggiunto nel Belgio ’86, e sprigiona un piacevole gioco di iniziativa che si ripercuote con successo anche in campo internazionale.

3. Ancora più orientato alla copertura difensiva è il 5-3-2 che fa capolino in occasione degli Europei ’92: i terzini, abituati a marcare sul diretto avversario e poi ripartire con galoppate lungo le fasce, devono unicamente presidiare la loro zona di competenza. Ne nasce così un modulo con cinque difensori puri, senza spinta dalle corsie esterne, impantato ancora di più nella ragnatela della difesa.

La Danimarca, che ha preso il posto della Yugoslavia, esclusa a pochi giorni dal via, si laurea campione a sorpresa e non fa eccezione. Davanti al portiere Schmeichel, che si consacrerà quale massimo interprete del ruolo negli Anni ’90, la difesa ha il suo cardine nel libero Olsen. Ai lati, Sivebaek e Andersen sono fissi, al pari dei due marcatori centrali K. Nielsen e Christofte. Una maginot difficile da superare. A centrocampo, Vilfort e Jensen guardano le spalle al regista Brian Laudrup, che gioca in appoggio alle punte Christiansen e Povlsen. In finale contro i tedeschi, i danesi abbassano ulteriormente il baricentro, inserendo il mediano Larsen in luogo della punta Christiansen. La favola della Cenerentola che vince il titolo partendo dall’ultima piazza possibile attenua in parte la delusione del pubblico, snervato dal raccapriciante spettacolo offerto.

L’impoverimento spettacolare che si registra nei primi Anni ‘90 porta il gran capo della Fifa, già allora lo svizzero Joseph Blatter, a modificare alcune regole. L’obiettivo è premiare nuovamente il calcio offensivo, replicando la lezione del 1925. E come allora, uno dei cambiamenti più radicali riguarda la regola del fuorigioco: l’attaccante che si trova in linea con l’ultimo difensore d’ora in avanti è ritenuto in gioco, mentre viene eliminato il fuorigioco passivo. Di pari passo, si sceglie di punire direttamente con il cartellino rosso il “fallo da ultimo uomo” meglio specificato dallo stesso Blatter, come “il difensore che interrompe una chiara occasione da gol”.

Gli effetti però sono opposti alle attese: le difese a zona, schierate su una linea orizzontale, sono più esposte alle triangolazioni e alle verticalizzazioni che possono portare un uomo solo davanti alla porta: in quel caso, il fallo è l’unico strumento per evitare una segnatura quasi certa. E dall’altra parte, la stessa retroguardia schierata in linea e a zona si trova ancora più scoperta e indebolita dalla nuova norma del fuorigioco. Naturale quindi che la scelta della maggioranza degli allenatori sia infittire ulteriormente la terza linea, e fare ricorso sistematico al libero alle spalle dei marcatori, capace di intervenire in seconda battuta. Persino gli inglesi, allergici storicamente alla difesa e all’impiego di un giocatore privo di compiti di marcatura diretta, si piegano e nel 1996 nel campionato di Prima Divisione compare la figura del libero.

IL RECUPERO DEL SISTEMA, IL 3-5-2, IL 3-4-3

Nell’estate del 1991, l’Inter sceglie di cambiare i connotati: terminato il rapporto con l’italianista Trapattoni, il presidente Pellegrini investe sul toscano Corrado Orrico, seguace della zona. Il tecnico però cambia totalmente le carte in tavola e il primo giorno di raduno dichiara: Voglio tornare al sistema, giocheremo come il Grande Torino. In ritiro prova l’Inter con Zenga tra i pali, Bergomi e Montanari ai lati della difesa e Ferri centrale; a centrocampo Dino Baggio e Brehme mediani, con Desideri e Matthaus mezzali; davanti, Klinsmann in mezzo con Bianchi e Fontolan (o Ciocci) ai lati. L’esperimento dura poco, presto Orrico ripiega su un 4-4-2 classico ma va incontro al fallimento. Il seme però è gettato e viene raccolto dalla scuola olandese.

Agli Europei del ’92 il ct dell’Olanda Marinus Michels, ancora sulla breccia, prende spunto dall’imperante 5-3-2: i tre centrali di difesa restano tali, con uno più arretrato e libero da marcature dirette (Ronald Koeman o in altra versione, il polivalente Frank Rijkaard) e due stopper (Van Aerle o Frank de Boer e Van Tiggelen). I due esterni invece vengono portati sulla linea dei centrocampisti, a formare il nascente 3-5-2.

Al Mondiale del ’94, il ct Advocaat non si accontenta della difesa a tre, con Ronald Koeman libero, Valcx e Frank de Boer centrali, ma sceglie di ispirarsi al Chapman System e agli esperimenti interisti di Orrico. L’Olanda si presenta così sul proscenio iridato con due mediani (Rijkaard e Jonk), due mezzali (Wouters e Bergkamp) e tre attaccanti (Overmars o Taument, Ronald de Boer e Roy). Ma la sconfitta subita contro il Belgio nella seconda partita del girone eliminatorio e l’odore di una bruciante e prematura eliminazione consigliano ad Advocaat di ripiegare su un meno dispendioso 3-5-2, rispolverando esterni di ruolo a centrocampo.

Nello stesso periodo, in Spagna, un altro olandese sta battendo strade in parte innovative alla ricerca dello spettacolo: è Johan Cruyff, alla guida di un Barcellona che passerà alla storia come “Dream Team”, dalla qualità straordinaria dei suoi interpreti. Nella sua ultima e forse più fruttifera versione, Cruyff schiera davanti al portiere Busquets, il solito Ronald Koeman quale battitore libero, con Ferrer e Abelardo mastini. Davanti alla terza linea, in posizione centrale, opera il giovanissimo ma già indispensabile Josip Guardiola; Nadal e Sergi sono i due esterni di spinta, mentre Bakero è la mezzala classica, che deve ispirare per un tridente di tremendo impatto: a destra, il bulgaro Stoichkov, al centro il brasiliano Romario e a sinistra Beguiristain. In pratica, viene a formarsi un 3-4-3 atipico, meglio parlare di un 3-1-3-3 o di un 3-3-1-3, con Nadal e Sergi che si spostano regolarmente dalla linea di Guardiola a quella di Bakero a seconda delle situazioni di gioco.

Ancora la terra dei tulipani si rende protagonista, a metà degli Anni ’90, di un nuovo esperimento tattico che prende origine dalla difesa a tre. È l’Ajax di Van Gaal, che rifiuta quasi totalmente il fuorigioco sistematico (prerogativa come visto di quasi tutti oramai, in seguito alla nuova regola voluta da Blatter) e applica un calcio imbastito di passaggi corti, in modo da collegare tutti i reparti. Per permettere tutto questo, Van Gaal crea un 3-4-3 molto sui generis, a incastri o a rombi sovrapposti, con i tre reparti che sono collegati dalla presenza di un giocatore che staziona tra le diverse linee in posizione centrale. Davanti al portiere Van Der Sar, il libero arretrato è il vecchio Blind; più avanti di Blind, sui due lati gli stopper Reiziger e Frank de Boer. A chiudere il primo rombo e aprire il secondo, è Frank Rijkaard schierato a centrocampo in posizione centrale. Più avanti di Rijkaard, sui lati i giovanissimi Seedorf e Davids.

A chiudere il secondo rombo e aprire il terzo, sempre in centro, il finlandese Jary Litmanen, stella del reparto offensivo ma destinato a un proseguio di carriera non in linea con i devastanti anni di Amsterdam. Davanti a Litmanen, le due ali classiche Finidi e Overmars, precisi e puntuali nei cross a centro area. Dove staziona il vertice avanzato dell’ultimo rombo, il possente Ronald de Boer (o in alternativa l’acerbo Kluivert). Un complesso alquanto singolare che però dà i suoi frutti: per due stagioni l’Ajax è la regina del continente, conquista la Coppa Campioni del ’95 sul declinante Milan capelliano e l’anno seguente perde, da grande favorita, la finale di Roma contro la Juventus ai calci di rigore.

Tra tanta Olanda, il 13 aprile 1997 arriva il turno dell’Italia. Il merito è di un giovane tecnico romagnolo alla guida dell’Udinese, Alberto Zaccheroni. Quel giorno i friulani sono ospiti della grande Juventus, lanciata verso il tricolore e la finale di Coppa Campioni. L’Udinese parte con il classico 4-4-2: Turci tra i pali, Genaux, Pierini, Calori e Sergio in difesa; Helveg, Giannichedda, Rossitto e Locatelli a centrocampo; Bierhoff e Amoroso attaccanti. Al 2’ l’arbitro espelle il terzino destro Genaux. Il trend impone il sacrifico della seconda punta, come Sacchi insegna (Mondiale ’94, Italia-Norvegia, fuori Baggio; qualificazione agli Europei ’95, Italia-Croazia, fuori Zola).

Ma Zaccheroni non si adegua: invece dell’attaccante leggero, richiama in panchina il più offensivo dei centrocampisti, Locatelli, e inserisce il difensore Gargo. Poi ridisegna così lo schieramento tattico: Gargo, Pierini e Calori in difesa; Helveg, Giannichedda, Rossitto e Sergio, avanzato dalla linea dei terzini, a centrocampo; Bierhoff e Amoroso di punta. Un 3-4-2 che porta i friulani a sbancare 3-0 Torino, tra lo stupore generale. Una soluzione, il 3-4-3, già sperimentata da Zac in allenamento. Ma senza successo perché i giocatori guardano con paura a un modulo così rischioso. Un po’ come successo a Sebes con Hidegkuti: la spontaneità, l’istinto, il gesto inatteso non permettono di ragionare, annullano le paure psicologiche e portano ai risultati sperati. I friulani si convincono così della bontà della scelta e dalla settimana successiva, senza più timori, affrontano gli avversari con il loro 3-4-3 in linea. Il sacrificato è un difensore; l’uomo in più, il veneziano Poggi, schierato a destra nel tridente con Bierhoff e Amoroso.

Gli ultimi sviluppi

Il calcio si è oramai trasformato in una grande torre di Babele, dove convivono tutte le filosofie tattiche possibili e immaginabili. La bravura degli allenatori, come sempre, sta nel cercare di prendere il meglio da due o più movimenti e sommarli per ottenere un risultato flessibile e ricco di diverse soluzioni. Tecnici come Ferguson, Hiddink, Mourinho, Lippi si sono forse dimostrati negli ultimi anni più capaci e intelligenti di altri a modellare i loro progetti di volta in volta, a seconda delle varie situazioni. Nell’ultimo Mondiale vinto a dispetto delle previsioni iniziali, Lippi è riuscito a replicare molto dell’esperienza di Bearzot: difesa quale reparto dominante e dinamicità dei giocatori a centrocampo e in attacco (Gattuso alla Oriali, Perrotta alla Tardelli, Pirlo alla Antognoni, Camoranesi alla Conti, e, seppur con caratteristiche differenti, Toni alla Paolo Rossi e Totti alla Graziani), in modo da costruire una squadra omogenea e camaleontica, in grado di reggere l’urto di formazioni tecnicamente e offensivamente superiori grazie alla impareggiabile forza del pacchetto arretrato.

I moduli di sintesi numerica sono oggi usati e abusati dovunque, e su questi i vari allenatori tentano coraggiosi esperimenti: pensiamo a Del Bosque che disegnò per il suo Real delle stelle un 4-2-3-1, con un terzetto tra le linee senza eguali al Mondo (Figo-Raùl-Zidane) alle spalle del centravanti boa Morientes; o al 4-3-1-2 con centrocampo a rombo lanciato da Ancelotti nel suo Milan. Ma sopravvivono anche altre tipologie di gioco, come il libero, tornato prepotentemente in auge nella Grecia del tedesco Rehhagel, vittoriosa cenerentola all’Europeo 2004. Nessuna rivoluzione epocale, ma tanti piccoli tasselli che servono per arricchire il complesso e sempre in evoluzione universo delle tattiche.


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