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1) Osvaldo Bagnoli Senza dubbio il migliore, allenatore incredibilmente snobbato e sottovalutato. Il suo grande capolavoro rimane lo scudetto del Verona nel 1985, impresa paragonabile alla vittoria del Giappone dei campionati mondiali.. Compì un altro capolavoro quando portò il Genoa prima al quarto posto e l’anno successivo in semifinale di Coppa UEFA. Il suo calcio era fatto di poche cose semplici ma fatte bene, un calcio nella sua semplicità comunque eterno e adatto a tutte le latitudini: un portiere di poco stile ma di molta sostanza (Garella al Verona, Braglia al Genoa), un libero dai piedi buoni che all’occorrenza fungeva da regista arretrato (Tricella/Signorini), un regista dai piedi buoni (Di Gennaro/Bortolazzi) attorniato da tanti portatori d’acqua, un attacco formato da un spilungone (Elkjaer/Skuravy) con al suo fianco un nanetto (Galderisi/Aguilera). Un genio del calcio ingiustamente sottovalutato e snobbato.
Note di demerito: forse si è troppo sottovalutato lui stesso, va bene essere umili ma essere troppo umili a volte è un freno...
2) Nereo Rocco El Paròn, l’alleatore per antonomasia, maestro di tanti allievi sia come calciatori che come allenatori (Trapattoni, Bearzot, Radice, Maldini). Portò al massimo splendore il calcio “all’italiana”. Figlio di macellai, iniziò ad allenare per caso e portò una Triestina ripescata in serie A e formata per la quasi totalità da giocatori nati e cresciuti nel raggio di 50 km da Trieste a un incredibile secondo posto dietro al Grande Torino. Il segreto del successo? Un difensore in più (il famoso libero) e ben quattro attaccanti di ruolo pronti nelle ripartenze ad attaccare gli spazi. Qualche anno dopo salvò il Padova da una retrocessione quasi certa in C e lo portò l’anno dopo alla promozione in A e tre anni più tardi ad un clamoroso terzo posto. Lasciata Padova el Paron vinse tutto con il Milan, un Milan formato da grandi campioni (Rivera, Altafini, Maldini) ma anche di grandi gregari (Anquiletti, Malatrasi, Cudicini) diventati grandi grazie alla genialità del tecnico triestino.
Note di demerito: forse avrebbe dovuto staccarsi prima dal Milan invece rimase troppo a lungo collezionando qualche figuraccia di troppo... Gli eroi non devono morire invecchiando, il buon Nereo invece è invecchiato lentamente ed inesorabilmente sedendosi in panchina.
3) Niels Liedholm Il Barone. Maestro di tecnica calcistica ma non solo, garbato ed ironico, sapeva insegnare il gioco del calcio anche ai sassi. Fu lui ad importare la difesa a zona in Italia istituendo il doppio libero. Riuscì a vincere la Stella con un Milan di pensionati (Rivera, Bigon, Albertosi, Capello) pur non disponendo di un grande centravanti (Chiodi!). Il gioco di quel Milan anticipava di circa trent’anni il gioco attualmente espresso dal Barcellona, portando in area di rigore 4-5 giocatori diversi finalizzare l’azione. Sucessivamente migrò a Roma e regalò ai tifosi giallorossi emozioni indimenticabili (scudetto storico, finale di Coppa Campioni persa ai rigori). Un gradino sotto la perfezione perché, comunque, le sue squadre erano blasonate e ricche di campioni in ogni ruolo.
Note di demerito: difficili trovargli delle pecche, diciamo che ha sempre vinto con squadre forti e blasonate e con grandi campioni in ogni ruolo.
4) Giovanni Trapattoni L’allenatore più vincente del calcio italiano, discepolo di Nereo Rocco. E’ una persona adorabile per la sua simpatia e la sua umiltà contadina. A quasi settantacinque anni ha la grinta dei bei tempi e non ha ancora smesso di allenare, ovunque è andato, in Germania, in Austria, in Portogallo, In Irlanda ha sempre vinto e convinto. Nonostante sia di indole buona quando qualche suo giocatore la fa fuori dal vaso li inchioda alle proprie responsabilità (indimenticabile la conferenza stampa di Monaco di Baviera, Struunz!). Trap è stato oltre che un grande gestore di uomini anche un innovatore: Ai tempi della Juve il Trap fu il primo tecnico in Europa a giocare senza un regista di ruolo.
Note di demerito: quello attuale è solo l'ombra del vero Trap, che secondo me è un allenatore finito dal ciclo interista. Dopodiché si è autoemarginato ed è finito all'estero in campionati di minor grido. Fallimentare la sua esperienza in nazionale.
5) Fabio Capello Grande gestore di talenti, è capace di estrarre il massimo da ciascun membro della rosa. Il gioco delle sue squadre è poco spettacolare, pragmatico ed utilitaristico am sempre vincente. Nonostante conosca solo un modulo (il 4-4-2) dispone i suoi uomini nel modo giusto a posto giusto. Riuscì a far vincere vagonate di titoli ad un Milaan che molti davano per finito, dopo l’infortunio di Van Basten, capì di non avere grossi attaccanti e strutturò un Milan ipequadrato ma efficacissimo senza un vero attaccante di ruolo. Ha vinto anche in situazioni di partenza difficoltose (vedi l’ultima Liga a Madrid) e questo è un merito che gli va dato. E’ un vero sergente di ferro, tratta tutti allo stesso modo (memorabili el panchine a Beckam, Totti, Del Piero).
Note di demerito: carattere scontroso e ombroso, ovunque è andato ha lasciato dietro di sé spogliatoi bollenti e divisi in fazioni. Incapace di instaurare un certo feeling con i propri giocatori.
6) Tommaso Maestrelli Il grande artefice del primo e storico scudetto laziale. Saggio e furbo, grandissimo psicologo e fine motivatore. Riuscì a gestire uno spogliatoio formato da calciatori-parà, rissosi ed egocentrici dove spesso volavano colpi di pistola e botte da orbi, erano gli Anni di Piombo. Seppe far diventare campioni giocatori fino ad allora abbastanza anonimi come Chinaglia e Wilson, la sua Lazio aveva un gioco che ricordava a tratti quello dell’Olanda, fu lui a creare la cosiddetta zona-mista. Peccato sia morto troppo presto per un male incurabile, avrebbe potuto dare molto di più al calcio italiano.
Note di demerito: è morto troppo presto e il suo giudizio si limita a quel paio di esaltanti stagioni laziali.
7) Fulvio Bernardini: pioniere del calcio romano, laureato in Scienze Politiche, personaggio colto, simpatico, allenatore furbo e intelligente come pochi, amante dei piedi buoni. Con la sua Fiorentina nel 1956 vinse il campionato anticipando il modulo del Brasile del 1958. Otto anni più tardi si ripetè con il Bologna mettendo nel sacco il Mago Herrera con una mossa astutissima: mise infatti un terzino di ruolo (Capra) all’ala sinistra in marcatura su Corso.
Note di demerito: predicava bene e razzolava male, se avesse messo in pratica quello che realmente pensava avrebbe molti titoli in meno in bacheca.
8) Gigi Radice profeta della zona mista, carattere e grinta da vendere. Introduce per primo il pressing e movimenti sul campo ripresi dalla pallacanestro. Grazie a queste innovazioni vince uno scudetto con il Torino. Poi il suo rendimento va in calando complice anche un brutto incidente che lo porta ad un passo dalla morte. Notevoli anche le sue esperienze al Bologna (salvezza insperata con partenza a -6) e la sua seconda avventura granata terminata con un notevole secondo posto.
Note di demerito: molte voci poco edificanti accompagnano la vita privata di questo allenatore (chiedere alla signora Rusic), anche nei rapporti umani non eccelleva dimostrandosi spesso troppo rigido e poco diplomatico (vedi casi Castellini, Junior, Dossena).
9) Eugenio Bersellini Il Sergente di Ferro, specialista in salvezze e promozioni. Sebbene la sua concezione di calcio sia abbastanza superata ha avuto il grande merito di vincere lo scudetto con l’Inter nel 1980. Quella squadra aveva solo due buoni giocatori (Altobelli, Beccalossi, pescati dal Brescia per altro) circondati da una marea di gregari e portatori d’acqua molti dei quali cresciuti in casa (Mozzini, Ambu, Pasinato). Un’impresa paragonabile con la vittoria di una provinciale. Tuttavia da quando in Italia comparve la zona e i 3 punti il buon Eugenione sparì dalle scene calcistiche…
Note di demerito: non si è adeguato alle novità imposte dai primi anni 90, da allora è stato attivo in palcoscenici minori. Un bravo allenatore ma forse nona dato a squadroni di vertice.
10) Manlio Scopigno Il Filosofo, disincantato, colto e incredibilmente ironico e dissacrante (memorabili alcune sue battute!). Vinse lo scudetto con il Cagliari, questo basta ed avanza per inserirlo nella Tor 10. Quando capì che non sarebbe più potuto andare avanti ad allenare si ritirò a vita privata tagliando i ponti con il mondo del pallone, rinunciando anche a qualche soldo. Gigi Riva ancora lo considera come un secondo padre, quel apdre che perse quando era piccolo. Un altro grande tecnico italiano ingiustamente sottovalutato, fu lui infatti a giocare per primo con i difensori in linea.
Note di demerito: personaggio strano, indecifrabile, troppo distaccato, avrebbe potuto allenare a lungo e raccogliere altri successi invece si ritirò abbastanza presto, pare gli piacesse esagerare con il bere.
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